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Pensare come Sherlock Holmes – La deduzione

Nell’articolo precedente ho affrontato il terzo elemento fondamentale del metodo scientifico applicato al Pensiero Attivo, cioè l’immaginazione.

Abbiamo visto che l’immaginazione è quel processo che sintetizza in qualcosa di nuovo quello che abbiamo osservato, quello che abbiamo appreso e quello che sappiamo già su un problema. Puoi immaginarla come uno spazio mentale nella soffitta dove puoi collegare liberamente i chunk. È connessa alla creatività poiché per ricombinare i chunk e immaginare le possibili soluzioni al problema che stiamo affrontando occorre essere creativi. Entrambe portano all’intuizione, cioè a quel momento in cui la soluzione a un problema particolarmente difficile passa dalla nostra “mente inconsapevole” a quella “consapevole”.

Infine abbiamo visto l’importanza della conoscenza attiva e passiva, cioè del raccogliere nella nostra soffitta chunk che useremo regolarmente e solo in determinate occasioni.

I 4 elementi fondamentali del metodo scientifico che vanno applicati al pensiero per renderlo davvero attivo e razionale:

  1. Comprendere un problema.
  2. Osservare.
  3. Immaginare.
  4. Dedurre.

In questo articolo affronterò l’ultimo elemento fondamentale del metodo scientifico: la deduzione.

Deduzione

La deduzione di Holmes non è quella della logica formale. Quella di Holmes consiste nel raccogliere le osservazioni ricomposte dall’immaginazione, riordinarle e vedere quale possibile soluzione al problema che stiamo affrontando le incorpora tutte. Se ci sono più soluzioni possibili, le si verifica tutte fino a quando non ne rimane solo una.

La deduzione non è un processo molto facile da portare a termine in modo razionale per un bel po’ di motivi.

Prima di tutto come esseri umani troviamo la logica noiosa. Per applicarla dobbiamo sforzarci molto perché dobbiamo mettere in moto il Sistema Holmes e farlo lavorare a pieno regime. Questo comporta un enorme spreco di energie per il nostro cervello, che invece tende a risparmiarle, e infatti fa intervenire spesso il Sistema Watson quando deduciamo portandoci fuori strada (ci torno dopo meglio).

Un altro problema della deduzione è che non riusciamo sempre a dividere gli elementi incidentali da quelli cruciali.

Per spiegare questo, la Konnikova fa il seguente esempio:

Considerate le seguenti descrizioni di due persone, Bill e Linda. Ciascuna descrizione è seguita da una lista di lavori e di passatempi. Il vostro compito è classificare gli elementi della lista a seconda di quanto facciano somigliare Bill o Linda al membro tipico della loro classe.

Bill ha trentaquattro anni. È intelligente ma privo di fantasia, impulsivo e in generale scialbo. A scuola era forte in matematica ma scarso in scienze sociali e materie umanistiche.

Bill è un fisico che per hobby gioca a poker.

Bill è un architetto.

Bill è un contabile.

Bill ha l’hobby di suonare jazz.

Bill è un cronista.

Bill è un contabile che suona jazz per hobby.

Bill ha l’hobby di scalare montagne.

Linda ha trentun anni, è single, schietta e molto sveglia. Ha studiato filosofia all’università. Da studente era molto interessata ai problemi della discriminazione e della giustizia sociale, e ha partecipato a diverse manifestazioni contro il nucleare.

Linda insegna in una scuola elementare.

Linda lavora in un negozio di libri e prende lezioni di yoga.

Linda è attiva nel movimento femminista.

Linda è un’assistente sociale.

Linda è membro della Lega delle Donne che Votano.

Linda è una sportellista di banca.

Linda è un’agente di assicurazioni.

Linda è una sportellista di banca ed è attiva nel movimento femminista.

Una volta compilata la vostra classifica, date un’occhiata a due coppie di affermazioni in particolare: Bill ha l’hobby di suonare jazz e Bill è un contabile che ha l’hobby di suonare jazz, e Linda è una sportellista di banca e Linda è una sportellista di banca ed è attiva nel movimento femminista. Quale delle due affermazioni avete ritenuto più probabile in ciascuna coppia?

Scommetto che si tratta della seconda in tutti e due i casi. Se è così fate parte della maggioranza, e vi state sbagliando di grosso.

Questo esercizio è stato preso alla lettera da un documento del 1983 di Amos Tversky e Daniel Kahneman, per illustrare il punto di cui stiamo parlando: quando si tratta di separare i dettagli cruciali da quelli incidentali, spesso non ce la caviamo troppo bene. Quando gli studiosi sottoposero ai partecipanti alla ricerca queste liste, costoro formularono ripetutamente l’identico giudizio che ho appena previsto avreste formulato voi: che era più probabile che Bill fosse un contabile con l’hobby di suonare jazz piuttosto che avesse l’hobby di suonare jazz, e che era più probabile che Linda fosse una sportellista di banca femminista che non una sportellista di banca e basta.

Dal punto di vista logico, nessuna delle due scelte ha senso: una congiunzione di due elementi non può essere più probabile di uno qualsiasi degli elementi che la compongono.

Se non ritenete probabile che Bill suoni jazz o che Linda sia una sportellista di banca, non dovreste modificare quel giudizio solo perché invece ritenete probabile che Bill sia un contabile e Linda una femminista. Un elemento o un evento improbabile combinato a uno probabile non diventa affatto, come per magia, più probabile.

Ci basta un solo elemento plausibile per far si che la nostra lista di dettagli ci appaia tutta plausibile, come nel caso di LInda e Billy, portandoci a sbagliare. La cosa curiosa è che più dettagli accumuliamo su qualcosa più le nostre deduzioni ci appariranno solide. Ci facciamo fregare pure dalla quantità, d’altronde per noi avere di più equivale sempre a “meglio”. In realtà quando deduciamo è meglio avere a che fare con poche informazioni e di qualità.

Il nostro cervello non sa gestire una mole di informazioni elevata e finisce con attivare il Sistema Watson inventandosi facili deduzioni quasi sempre sbagliate. Come quando Holmes si occupa del caso di Silver Blaze, il cavallo scomparso. In questo caso Holmes ha a che fare con così tanti dettagli che ha difficoltà a risolverlo fino a quando non inizia a separare quelli davvero importanti da quelli secondari e inutili.

Inoltre, più siamo esposti a informazioni false o fuorvianti, più siamo disposti a crederle e ricordarle come vere. A dimostrarlo è stata la psicologa Elizabeth Loftus, che ha condotto diversi esperimenti sulle testimonianze oculari, scoprendo che sono inattendibili per colpa del cosiddetto effetto disinformazione.

In un suo esperimento fece guardare ai partecipanti il filmato di un incidente d’auto, chiedendo poi a ognuno di loro di stabilire la velocità delle automobili ma ogni volta che poneva la domanda ne modificava leggermente la formulazione. Ad alcuni diceva che le macchine “si erano fracassate”, ad altri che “erano entrate in collisione”, ad altri ancora che “si erano colpite”.

La Loftus scoprì che come formulava la domanda modificava la memoria dei soggetti. Non solo coloro cui aveva detto che le auto “si erano fracassate” stimavano una velocità più elevata delle auto coinvolte nell’incidente ma erano anche più inclini a ricordare, settimane dopo, che nel filmato erano presenti vetri rotti anche se in realtà non c’era alcun vetro rotto.

Nell’esperimento della Loftus i soggetti non erano neppure esposti a un’informazione palesemente falsa ma solo fuorviante.

Questo significa che più i nostri dettagli sono falsi o fuorvianti, più tendiamo a crederli e ricordarli come importanti se non li separiamo da quelli davvero importanti.

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È bello sapere che i giudici tengono ancora in considerazione i testimoni quando i più recenti studi di neuroscienze hanno dimostrato che sono inaffidabili. Come ci si può fidare della testimonianza di qualcuno i cui ricordi cambiano in base a come gli vengono poste le domande?

Quando deduciamo, quindi, dobbiamo fare la stessa attenzione che facciamo quando osserviamo. Dobbiamo valutare ogni dettaglio separatamente e oggettivamente, come parte di un tutto coerente. Se ci focalizziamo sui dettagli secondari e fuorvianti, ci perdiamo quelli davvero importanti e facciamo deduzioni sbagliate.

Un buon metodo per separare i dettagli l’ho già spiegato in un altro articolo di questa serie e consiste nel spiegare agli altri i nostri ragionamenti o metterli per iscritto. Ciò ci obbliga a pensare meglio, a vedere dove siamo insicuri e cosa funziona o no. Per esempio, Holmes spiega spesso i propri ragionamenti a Watson. Ogni volta che usiamo uno di questi due metodi dobbiamo sempre tenere in mente di dover rispondere alla domanda che ci siamo fatti all’inizio, cioè tenere sempre a mente il vero problema che vogliamo risolvere e non uno secondario inventato dal Sistema Watson basandosi su dettagli incidentali/secondari/ fuorvianti.

Un altro problema serio della deduzione è che il nostro cervello ha una tendenza naturale a creare storie immediatamente quando deve spiegare qualcosa.

Creare storie impedisce una
deduzione corretta

Immagina la seguente scena: entri in un parco pubblico e ti siedi su una panchina. In quella accanto ci sono due donne sedute, una signora sui quarant’anni mora e una ragazza bionda sui diciannove. Una bambina dai capelli biondi gioca col cellulare seduta in mezzo a loro. Appena vedi il trio la tua mente pensa: “Guarda, una nonna con una figlia ragazza madre e la nipotina”. Dopo cinque minuti la donna mora e la bambina se ne vanno senza salutare la ragazza, che in realtà è per conto suo. Quindi la tua deduzione sul trio si è rivelata totalmente sbagliata.

Questo fenomeno è più comune di quanto pensi. Il nostro cervello (in particolare l’emisfero sinistro) quando deduce lascia di default il comando al Sistema Watson, al quale piace inventare storie per fornirci soluzioni semplici a quello di cui ci stiamo occupando. Per magia un trio di sconosciuti al parco diventa una famiglia, o una ragazza single che pubblica una foto sui social con un ragazzo accanto a lei diventa subito una ragazza con il suo nuovo fidanzato (che in realtà si rivela essere solo un amico).

Inventiamo storie per diversi motivi.

Il primo motivo, come ci spiega la REBT, è perché viviamo di fatto la realtà in modo così soggettivo che ci viene naturale saltare alle conclusioni e giudicare tutto in funzione delle nostre esperienze passate.

La nostra esperienza passata, raccolta nella nostra soffitta, orienta il nostro modo di vedere il mondo e ci fornisce schemi con cui interpretarlo. Un trio formato da due donne e una bambina al parco nella nostra soffitta corrisponde a una famiglia a causa delle nostre esperienze passate. E se la probabile figlia è piuttosto giovane ecco che scatta anche l'associazione “ragazza madre”.

Addirittura se nella nostra memoria non abbiamo uno schema con cui interpretare qualcosa che abbiamo davanti, non sappiamo come interpretarla.

In poche parole, consideriamo il futuro alla luce del passato limitando le nostre possibilità, e gli carichiamo pure sopra le nostre aspettative. Proprio come i luoghi influenzano la nostra soffitta e i suoi meccanismi, anche quello che pensiamo e ci aspettiamo lo fa. Di fatto il nostro pensiero influisce, ancora come dice la REBT, sulla percezione che abbiamo della realtà oggettiva rendendola di fatto soggettiva ed egocentrica.

Quando deduciamo, la struttura della soffitta e i suoi contenuti ci limitano a quello che sappiamo e abbiamo fatto.

Questa soluzione che ci balza subito in mente, questa storia che abbiamo creato e ci appare plausibile, soddisfa la nostra tendenza al satisficing, un fenomeno psicologico di cui ho parlato nell’articolo precedente. In breve, è la tendenza a trovare soddisfacente la prima risposta (o le prime) che troviamo quando cerchiamo di risolvere un problema.

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Siamo tutti un po' "Papà castoro": raccontiamo storie a noi stessi per spiegare ciò che ci accade, prendendo delle cantonate assurde la maggior parte delle volte perché ignoriamo le informazioni davvero importanti e i fatti oggettivi.

Il brutto è che una volta che abbiamo creato una storia per spiegare qualcosa grazie al Sistema Watson, difficilmente ci convinciamo che sia sbagliata usando il Sistema Holmes nonostante le prove ci dicano il contrario.

Come spiegavo nell’articolo precedente, ci viene difficile perché dobbiamo mantenerci coerenti con quanto pensato/detto/fatto in precedenza (bisogno di coerenza) e anche perché cambiare opinione in generale per noi è davvero difficile. Ho dedicato un intero articolo a questo argomento che puoi leggere qui.

Quando ci fissiamo su qualcosa e non cambiamo idea, tendiamo a rivalutare tutto, perfino il passato, in modo che combaci con la nostra visione attuale.

Il secondo motivo per cui ci piace inventare storie è che sono soluzioni semplici a problemi complessi. Ci vengono in mente facilmente, quasi senza sforzo. Sono le prime soluzioni disponibili apparentemente plausibili e per questo motivo il nostro cervello le adora.

Guarda cosa dice la Konnikova sulle prime soluzioni che ci vengono in mente:

Per illustrare in modo semplice ciò che intendo, considerate queste domande. Voglio che scriviate la prima risposta che vi viene in mente. Pronti?

  1. Una mazza e una palla da baseball costano 1,10 euro in totale. La mazza costa 1 euro in più della palla. Quanto costa la palla?
  2. Se 5 macchine impiegano 5 minuti per costruire 5 apparecchi, quanto impiegherebbero 100 macchine per costruire 100 apparecchi?
  3. In un lago c’è una macchia di ninfee. Ogni giorno la macchia raddoppia la propria estensione. Se occorrono 48 giorni perché la macchia copra l’intera superficie del lago, quanti ne occorreranno perché ne copra la metà?

Vi siete appena sottoposti al Test di Riflessione Cognitiva (CRT) di Shane Frederick. Se somigliate alla maggioranza delle persone, è probabile che abbiate scritto almeno una delle seguenti risposte: 10 centesimi per la domanda 1; 100 minuti per la domanda 2; e 24 giorni per la domanda 3. In tutti questi casi avreste sbagliato. Ma sareste in ottima compagnia. Tra gli studenti di Harvard il punteggio medio è stato di 1,43 risposte corrette (il 57 per cento degli studenti ha totalizzato zero o una risposta esatta). A Princeton, stessa storia: 1,63 risposte corrette, e il 45 per cento con un punteggio pari a zero o uno. Persino al MIT i punteggi sono risultati tutt’altro che perfetti: una media di 2,18 risposte corrette e il 23 per cento, cioè quasi un quarto, di studenti che hanno ottenuto zero o uno. Questi «semplici» problemi non sono così lineari come possono sembrare a prima vista.

Le risposte giuste sono rispettivamente 5 centesimi, 5 minuti e 47 giorni. Se riflettete, è probabile che capiate perché, e vi direte Ma certo, come ho potuto sbagliarmi? Semplice. Il buon vecchio sistema Watson ha colpito ancora. Le risposte iniziali sono quelle intuitivamente più accattivanti, quelle che vengono in mente subito e spontaneamente se non ci fermiamo a riflettere.

Quando studiavo narrativa, il mio insegnante mi diceva sempre di scartare le prime idee che mi venivano in mente per una storia o una scena perché sono quelle più ovvie e banali, che il nostro cervello ha memorizzato tramite le storie che conosciamo e quindi ce le mette subito a disposizione. Lo stesso accade con le deduzioni: le prime che ti vengono in mente sono quasi sicuramente sbagliate perché frutto del tuo Sistema Watson.

Come detto prima, il nostro cervello adora le scorciatoie del Sistema Watson perché gli permettono di risparmiare energia. Quando dobbiamo dedurre oggettivamente, dobbiamo chiamare in causa il Sistema Holmes e quindi sforzarci molto.

Inoltre, la deduzione è la fase finale del Pensiero Attivo, che arriva dopo l’enorme sforzo fatto con l’osservazione e l’immaginazione. Ci arriviamo stanchi, quindi meno motivati a proseguire rigorosamente e consapevolmente. Viene facile quindi al Sistema Watson entrare in azione al posto del Sistema Holmes.

Il terzo motivo per cui al nostro cervello piace creare storie è perché ha paura dell’incertezza. Già nell’articolo precedente ho parlato di questo problema, non mi dilungherò di nuovo qui. Per il nostro cervello è meglio inventare storie subito piuttosto che lasciare un problema di cui ci stiamo occupando senza soluzioni. Non farlo ci fa sentire a disagio perché non stiamo associando una causa a qualcosa, quindi avvertiamo un bisogno di chiusura istantaneo che ci porta a dedurre in modo errato.

Per citare la Konnikova:

Incertezza, possibilità, caso, non linearità: questi elementi minacciano la nostra abilità di spiegare, e di spiegare in fretta e con (apparente) logica. E pertanto facciamo del nostro meglio per eliminarli a ogni piè sospinto.

C’è un altro fattore che spesso ci induce a dedurre in modo sbagliato: lo stress.

Lo stress è un nemico della deduzione

A farci dedurre in modo sbagliato è anche lo stress. Più siamo stressati, più proviamo paura verso qualcosa. Ogni volta che proviamo paura non analizziamo razionalmente le informazioni che abbiamo a disposizione.

Per capire come lo stress influenzi il cervello, la neuroscienziata Tali Sharot creò un esperimento insieme a due suoi studenti.

Raccolsero diversi partecipanti e ne misurarono il livello di cortisolo tramite la saliva prima dell’esperimento. Poi li divisero in due gruppi. Ai membri del primo dissero che gli avrebbero dato un foglio con un tema su un certo argomento e che avevano un paio di minuti per memorizzarlo perché poi lo avrebbero esposto subito a una trentina di persone. Dopodiché prelevarono di nuovo la loro saliva per analizzarla. Il secondo test della saliva mostrò un incremento dei valori di cortisolo: i partecipanti, quindi, erano più stressati e ansiosi rispetto all’inizio dell’esperimento.

Al secondo gruppo dissero che alla fine dello studio avrebbero dovuto scrivere un saggio su un argomento a sorpresa ma che non c’era da preoccuparsi perché probabilmente nessuno li avrebbe mai letti e valutati. Il secondo test della saliva dimostrò che questo gruppo era calmo e rilassato.

E qui viene il bello.

Come dice la Sharot in La scienza della persuasione - Il nostro potere di cambiare gli altri (grassetti miei):

Ora metà degli studenti era ansiosa e l’altra metà era calma, e noi eravamo pronti a condurre il nostro test. Abbiamo presentato ai volontari descrizioni di eventi sgradevoli che sarebbero potuti capitare loro in futuro, come un furto, un incidente d’auto o la frattura di una costola. Poi abbiamo chiesto loro di indicare la probabilità di verificarsi di tali eventi (per esempio: “Qual è la probabilità che veniate derubati?”). Quindi presentavamo loro informazioni in merito alla probabilità di quegli eventi nella loro popolazione (per esempio: “La probabilità di essere derubati a Londra è del 30 percento circa”). Infine, chiedevamo loro quale pensassero fosse la probabilità di verificarsi di quegli eventi (“Qual è la probabilità che veniate derubati?”). Con quei dati, poi, calcolavamo come le informazioni influissero sulle convinzioni delle persone. Abbiamo trovato che, sotto minaccia, le persone erano molto più inclini ad assorbire informazioni negative – per esempio, ad apprendere che la probabilità di essere derubati è più elevata di quel che pensavano – di quando erano rilassate. Più stressate erano, tanto maggiore era la tendenza a modificare le proprie idee in risposta a notizie negative inaspettate. Lo stress non modificava invece la capacità delle buone notizie di modificare le loro convinzioni.

Quando avvertiamo stress, entra in gioco l’amigdala che ci fa provare paura ed emozioni negative verso quello che stiamo facendo. Ma la buona notizia è che possiamo dominarla grazie al Sistema Holmes, cioè al pensiero razionale. Diversi studi hanno dimostrato che è possibile dominare l’amigdala grazie a processi cognitivi razionali. Uno lo riporta la Sharot stessa nel suo saggio La scienza della persuasione, ma evito di metterlo qui perché troppo lungo.

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L'amigdala è anche uno dei fattori che ci induce a rimandare le cose da fare. Quando pensiamo a un compito da svolgere che ci causa un qualche disturbo emotivo/cognitivo, l'amigdala entra in gioco per farcelo procrastinare perché lo percepisce come "pericoloso" per noi. Se soffri di procrastinazione cronica, ho creato un videocorso basato sulla REBT per aiutarti a sconfiggerla per sempre.

Quando deduciamo, però, oltre a sbagliarci tendiamo anche a non considerare un elemento fondamentale: l’improbabile.

Considerare l’improbabile quando deduciamo

Eliminato l'impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità.

Sherlock Holmes.

Quando Holmes deve occuparsi di ritrovare Silver Blaze, il cavallo scomparso, scopriamo che è in ritardo di giorni sulla risoluzione del caso.

Dice la Konnikova:

Torniamo per un momento a Silver Blaze. Sherlock Holmes emerge vincitore, certo (il cavallo viene trovato e così l’assassino dell’allenatore), ma con un ritardo insolito per il grande detective. Il quale è in ritardo nelle indagini (tre giorni in ritardo, per essere specifici) e perde molto tempo sulla scena del delitto. Perché? Perché fa esattamente ciò che rimprovera a Watson: non applica il principio che l’improbabile non è necessariamente impossibile, e va considerato insieme alle alternative più probabili.
Quando Holmes e Watson partono per Dartmoor per collaborare alle indagini, Holmes dice che martedì sera sia il proprietario del cavallo che l’ispettore Gregory gli avevano telegrafato per chiedergli assistenza sul caso. Sconcertato, Watson esclama: «Martedì sera! E ora è giovedì mattina. Perché non siete partito ieri?» Al che Holmes risponde: «Perché ho fatto un errore grossolano, mio caro Watson… cosa che, temo, sia un evento molto più frequente di quanto possano pensare quelli che mi conoscono solo attraverso i vostri racconti. Il fatto è che io non ritenevo possibile che uno dei più notevoli cavalli d’Inghilterra potesse rimanere nascosto a lungo, specialmente in un posto così scarsamente abitato come il Dartmoor del Nord».
[…]
Holmes vede sparire un cavallo straordinario in una zona rurale. Ogni elemento nella sua esperienza gli dice che non può restare nascosto a lungo. La sua logica è la seguente: se il cavallo in questione è l’esemplare più noto in tutta l’Inghilterra, come può passare inosservato in una zona desolata dove i nascondigli sono limitati? Sicuramente qualcuno noterà la bestia, viva o morta, e lo farà sapere. E questa sarebbe una perfetta deduzione basata sui fatti, se fosse vera. Ma è giovedì, il cavallo è scomparso da martedì e ancora non se ne hanno notizie. Cos’è dunque che Holmes non ha considerato?
Un cavallo non potrebbe restare nascosto se restasse riconoscibile come quel particolare cavallo. La possibilità di camuffare il cavallo non ha sfiorato la mente del grande investigatore; se l’avesse fatto, di certo non avrebbe scartato la probabilità che il cavallo restasse nascosto.

Holmes ha considerato come impossibile un evento improbabile. Perfino uno come lui commette uno degli errori più comuni che facciamo tutti, cioè giudicare impossibile l’improbabile.

In più Holmes giudica il presente in base al suo passato: nella sua esperienza passata da investigatore un cavallo così raro non rimane a lungo nascosto, quindi nemmeno Silver Blaze rimarrà nascosto. Manca nell’esperienza di Holmes il fatto che il cavallo potrebbe essere camuffato: come ho detto prima, nel momento in cui nella nostra memoria non abbiamo uno schema che risuoni con quello che vediamo, non riusciamo a interpretarlo. Holmes non si aspettava il camuffamento, e come dicevo poco sopra le nostre aspettative influenzano il nostro pensiero. Come tutti noi umani, anche Holmes è limitato dalla sua soffitta della mente ^_^

Ma perché abbiamo difficoltà a dedurre l’improbabile?

La Konnikova prova a dare una spiegazione, dicendo che il ragionamento probabilistico risiede nel nostro emisfero sinistro mentre la deduzione proviene dal destro, cioè l’architettura stessa della nostra soffitta non ci aiuta molto quando abbiamo a che fare con incertezza, caso e probabilità.

Per citare la Konnikova:

In altre parole, le zone neurali in cui si valutano le implicazioni logiche e quelle in cui si considera la loro plausibilità empirica possono trovarsi in emisferi opposti; un’architettura cognitiva che non contribuisce a coordinare la logica assertiva con la valutazione di caso e probabilità. Il risultato è che non sempre siamo in grado di integrare le varie richieste e spesso lo facciamo in modo sbagliato, pur essendo convinti di esserci riusciti.

Quindi quando deduciamo dobbiamo sempre ricordarci che improbabile non vuol dire impossibile.

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Silver Blaze è stato uno degli "antagonisti" più furbi di Holmes perché capace di fregarlo camuffandosi. Questo cavallo era un vero "Napoleone del crimine".

Per concludere, ci tengo a ribadire che la deduzione è la parte più delicata del Pensiero Attivo. A questo punto siamo più inclini a commettere errori, a fare in modo che sia il Sistema Watson a prendere il comando e a sprecare il lavoro fatto fino a quel momento dal Sistema Holmes. Anche se abbiamo fatto tutto correttamente fino a ora, possiamo ritrovarci a teorizzare cose che non hanno senso basandoci sulla nostra esperienza e sulla nostra visione soggettiva di cosa è possibile e cosa non lo è.


Ok, facciamo un recap di quanto detto finora:

  • La deduzione di Holmes consiste nel raccogliere le osservazioni ricomposte dall’immaginazione, riordinarle e vedere quale possibile soluzione al problema che stiamo affrontando le incorpora tutte.
  • Non riusciamo sempre a dividere gli elementi incidentali da quelli cruciali.
  • Quando deduciamo è meglio avere a che fare con poche informazioni e di qualità.
  • Effetto disinformazione = più siamo esposti a informazioni false o fuorvianti, più siamo disposti a crederle e ricordarle come vere.
  • Un buon metodo per separare i dettagli importanti da quelli secondari è di spiegare agli altri i nostri ragionamenti o metterli per iscritto.
  • Il nostro cervello quando deduce lascia di default il comando al Sistema Watson, al quale piace inventare storie per fornirci soluzioni semplici a quello di cui ci stiamo occupando.
  • Il primo motivo per cui creiamo storie è perché viviamo di fatto la realtà in modo così soggettivo che ci viene naturale saltare alle conclusioni e giudicare tutto in funzione delle nostre esperienze passate.
  • Consideriamo il futuro alla luce del passato limitando le nostre possibilità, e gli carichiamo pure sopra le nostre aspettative. Proprio come i luoghi influenzano la nostra soffitta e i suoi meccanismi, anche quello che pensiamo e ci aspettiamo lo fa.
  • Una volta che abbiamo creato una storia per spiegare qualcosa grazie al Sistema Watson, difficilmente ci convinciamo che sia sbagliata usando il Sistema Holmes nonostante le prove ci dicano il contrario.
  • Il secondo motivo per cui ci piace inventare storie è che sono soluzioni semplici a problemi complessi. Ci vengono in mente facilmente, quasi senza sforzo. Sono le prime soluzioni disponibili apparentemente plausibili e per questo motivo il nostro cervello le adora.
  • La deduzione è la fase finale del Pensiero Attivo, che arriva dopo l’enorme sforzo fatto con l’osservazione e l’immaginazione. Ci arriviamo stanchi, quindi meno motivati a proseguire rigorosamente e consapevolmente. Viene facile quindi al Sistema Watson entrare in azione al posto del Sistema Holmes.
  • Il terzo motivo per cui al nostro cervello piace creare storie è perché ha paura dell’incertezza.
  • A farci dedurre in modo sbagliato è anche lo stress.
  • Più siamo stressati, più proviamo paura verso qualcosa. Ogni volta che proviamo paura non analizziamo razionalmente le informazioni che abbiamo a disposizione.
  • Quando avvertiamo stress, entra in gioco l’amigdala che ci fa provare paura ed emozioni negative verso quello che stiamo facendo. Ma possiamo dominarla grazie al Sistema Holmes, cioè al pensiero razionale.
  • Quando deduciamo tendiamo a non considerare l’improbabile.
  • Un errore comune che facciamo tutti è giudicare impossibile l’improbabile.
  • Il ragionamento probabilistico risiede nel nostro emisfero sinistro mentre la deduzione proviene dal destro: l’architettura stessa della nostra soffitta non ci aiuta molto quando abbiamo a che fare con incertezza, caso e probabilità.

Al solito, se non l'hai ancora fatto, ti consiglio di leggere il libro della Konnikova. È molto bello e interessante, e a differenza dei miei articoli è pensato per un pubblico di massa e tralascia quindi volutamente cose più di nicchia e specifiche di cui invece io parlo. Ti sarà d’aiuto per capire meglio gli articoli di questa serie, e poi le stesse cose dette in modi diversi, da fonti diverse, aiutano a confermare quanto appreso e lo rendono più vero dentro di noi.

Ci becchiamo al prossimo articolo, che sarà anche l’ultimo di questa serie!

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