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Pensare come Sherlock Holmes – Il potere dell’immaginazione

Nell’articolo precedente ho affrontato il secondo elemento fondamentale del metodo scientifico applicato al Pensiero Attivo, cioè l’osservazione.

Quando osserviamo dobbiamo farlo attentamente, includendo tutti e cinque i sensi che possediamo (essere inclusivi), scegliendo al meglio i dettagli su cui vale la pena soffermarsi (essere selettivi) e senza farci sviare dai nostri bias e sistemi automatici di pensiero (essere obiettivi). Inoltre, mantenersi motivati è il cuore dell’osservazione oggettiva: più siamo motivati, più osserviamo attentamente e meglio.

Infine abbiamo visto l’importanza di mantenersi flessibili col proprio pensiero: alla luce di nuovi dati ottenuti tramite l’osservazione, dobbiamo riorganizzare i contenuti nella nostra soffitta al meglio.

I 4 elementi fondamentali del metodo scientifico che vanno applicati al pensiero per renderlo davvero attivo e razionale:

  1. Comprendere un problema.
  2. Osservare.
  3. Immaginare.
  4. Dedurre.

In questo articolo affronterò il terzo elemento fondamentale del metodo scientifico: l’immaginazione.


Ho trasformato l'articolo anche in un video dove però mi concentro solo sugli aspetti più importanti dell'argomento, lasciando i dettagli all'articolo qui di seguito. Io ti consiglio sia di vedere il video sia di leggere l'articolo per capire meglio il tutto. E mentre ci sei ISCRIVITI AL CANALE per non perderti i contenuti video esclusivi per Youtube che non pubblico qui sul blog!


Immaginazione

Quando si pensa a Holmes, lo si immagina come una fredda macchina calcolatrice capace di dedurre le cose più impensabili partendo dagli elementi più semplici. Difficilmente si pensa a Holmes come un uomo che usa l’immaginazione.

Eppure Holmes la usa sempre.

L’immaginazione è il processo fondamentale che precede la deduzione. Si fanno diverse ipotesi su quanto osservato (cioè si immaginano possibilità) e poi la deduzione si occupa di valutarle per scegliere infine quella che risolve meglio il nostro problema.

L’immaginazione sintetizza in qualcosa di nuovo quello che abbiamo osservato, quello che abbiamo appreso e quello che sappiamo già su un problema. Puoi immaginarla come uno spazio mentale nella soffitta dove puoi collegare liberamente i chunk: puoi prenderli e combinarli come ti pare, buttare il tutto via e ricominciare da capo, senza intaccare mai l’ordine originale della soffitta. È il tuo angolo svago, dove puoi prendere le osservazioni fatte e giocarci un po’, unendole a quanto già sai e ricavando così degli schemi, delle soluzioni, ecc.

L’immaginazione ti aiuta praticamente a creare collegamenti non ovvi tra chunk diversi. Per questo è fondamentale usarla: ti permette di vedere cose che altrimenti non vedresti.

Quello che creerai durante questo processo non è roba che viene dal nulla ma fondata su fatti reali e oggettivi, su una conoscenza vera e solida. Non parliamo di immaginare roba a caso che soddisfi i nostri bias, ma immaginare scenari o soluzioni plausibili alla luce del lavoro di osservazione fatto in precedenza ricombinato con la nostra conoscenza pregressa.

Se credi che l’immaginazione non giochi un ruolo fondamentale nel metodo scientifico, ti sbagli di grosso.

La Konnikova riporta in Mastermind le opinioni di Richard Feynman sull’immaginazione (grassetti miei):

Nobel Richard Feynman, espresse di frequente la sua sorpresa per il mancato riconoscimento di quella che riteneva una qualità fondamentale tanto del pensiero quanto della scienza. «È sorprendente che si possa non credere all’esistenza dell’immaginazione nella scienza» disse durante un discorso pubblico. Non solo si tratta di un’opinione palesemente falsa, ma quella nella scienza «è un tipo di immaginazione molto interessante, diversa da quella dell’artista. La grande difficoltà sta nel cercare di immaginare qualcosa che non si è mai visto, che è coerente in ogni dettaglio con ciò che si è già visto, e che è diverso da ciò a cui si è pensato; per di più, deve essere un’affermazione definita, non vaga. È davvero difficile».
[…] Feynman la descrive così: «Immaginazione dentro una camicia di forza». Per lui la camicia di forza è costituita dalle leggi della fisica.
[…] «Il gioco» prosegue Feynman «sta nel cercare di immaginare, da quello che sappiamo, che cosa è possibile. Richiede un’analisi retrospettiva, bisogna controllare e verificare se si adatta, possiamo accettarla se concorda con ciò che sappiamo».

Non stiamo parlando di immaginazione a briglia sciolta ma “in una camicia di forza”, cioè libera di agire nei limiti di quello che abbiamo accuratamente osservato e conservato nella soffitta.

Senza l’immaginazione avremmo una soffitta piena di chunk praticamente inutili, buoni solo a essere utilizzati singolarmente perché non sapremmo collegarli. Saremmo come chi legge tanti libri su uno stesso argomento senza che riesca poi a fare i collegamenti tra quanto appreso nei vari testi.

L’immaginazione è fondamentale per il pensiero razionale.

Di solito la nostra mente è portata a ragionare in modo lineare, come spiego nel mio manuale sull’apprendimento. Abbiamo l’elemento A che ci porta all’elemento B. La nostra mente di default ci porta a scegliere la sequenza di eventi più ovvia (Sistema Watson), e questo ci fa cadere spesso in errore. È ragionevole e lineare pensare che se una donna sposata è stata assassinata, probabilmente a ucciderla è stato il marito senza un alibi. Il problema è che se è anche lineare pensarlo, potrebbe non essere così. A ucciderla potrebbe essere stato l’amante, il figlio, un’amica, ecc.

L’approccio immaginativo al ragionamento permette di valutare le strade meno battute, senza buttarsi subito su quelle più “ovvie”. Cioè permette di lasciare da parte il Sistema Watson e mettere in moto il Sistema Holmes.

Per citare la Konnikova (grassetti miei):

La ragione senza l’immaginazione equivale ad avere il sistema Watson ai comandi. Sembra avere senso ed è quello che vogliamo fare, ma è troppo impulsiva e rapida. Non è possibile accertare e vedere il quadro nel suo insieme (per quanto la soluzione possa risultare banale) se non si fa un passo indietro e si permette all’immaginazione di dire la sua.

Sfruttando i chunk, quindi la memoria, è ovvio che l’immaginazione influenzi anche il nostro modo di ricordare. Entrambi i sistemi, come spiega la Konnikova, sfruttano la stessa rete neurale per attivarsi. Pensa a come funziona la tecnica del palazzo della memoria: qui memoria e immaginazione a briglia sciolta si fondono per creare qualcosa di totalmente nuovo per aiutarti a ricordare meglio.

Ma c’è un problema con l’immaginazione: ci terrorizza. Immaginare vuol dire creare qualcosa di nuovo, quindi accedere a nuove possibilità mai viste prima, ma noi umani siamo terrorizzati dalle novità. Perché? Perché sono qualcosa di mai sperimentato, qualcosa di incerto.

Se c’è qualcosa che il cervello umano teme è l’incertezza. Ciò che è incerto è totalmente insicuro, qualcosa di potenzialmente pericoloso per noi. Questo fa scattare i campanelli d’allarme nel nostro cervello, che subito interviene per proteggerci, portandoci sulle strade già battute. Creare un nuovo tipo di business? No, meglio seguire quello che hanno già fatto gli altri. È più sicuro, c’è meno rischio di fallimento.

L’incertezza è uno dei problemi dei procrastinatori, per esempio. Fare esperienze nuove, o anche solo immaginare di farle, li terrorizza al punto da bloccarli e rinchiuderli nella routine quotidiana, spronandoli a rimandare. È un argomento che affronto dettagliatamente nel mio corso su come sconfiggere la procrastinazione.

Ma l’incertezza si applica a tutte le nostre scelte. Non sapremo mai se un nostro prodotto funziona se prima non lo lanceremo sul mercato, non sapremo mai se una ragazza ricambia i nostri sentimenti se non ci dichiareremo, non sapremo mai se una determinata cura avrà affetto se prima non la proveremo.

Superare la paura dell’incertezza è fondamentale per il Pensiero Attivo. Se non riesci a superarla, non potrai mai accedere all’immaginazione, quindi di conseguenza non potrai fare quasi mai deduzioni giuste. Avrai solo sprecato tempo a leggere questi articoli.

Capita pure spesso che non riusciamo a usare la nostra immaginazione come dovremmo, cioè di rimanere bloccati su un problema continuando a immaginare sempre le stesse soluzioni che si rivelano errate.

Questo fenomeno è conosciuto come Einstellung.

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Spesso la nostra mente si fissa su una soluzione sbagliata a un problema che stiamo cercando di risolvere e abbiamo bisogno di farla uscire dalla "scatola" in cui si rinchiude da sola per trovare soluzioni nuove e corrette.

Il suo nome deriva da una parola tedesca che significa “stato mentale”. Il rimanere bloccati nelle nostre idee sbagliate avviene in Modalità Focalizzata. L’Einstellung non ci permette di vedere idee o soluzioni nuove e migliori che “galleggiano” nella nostra mente, o di essere abbastanza flessibili nell’accettare soluzioni magari migliori e più adatte.

Ad andare in Einstellung è l’emisfero sinistro del nostro cervello, che spesso si fissa in modo dogmatico su quel che pensa ed elabora. Il destro invece è quello più creativo, che mette in discussione il sinistro e ci fa vedere le cose da un’altra prospettiva.

L’Einstellung è proprio un fenomeno fisico: percorriamo nel nostro cervello sempre le medesime “piste elettriche” che ci portano alle soluzioni sbagliate, proprio come quando abbiamo una cattiva abitudine e la ripetiamo. Semplicemente sviluppiamo cattive abitudini di pensiero. La REBT (Terapia Razionale Emotiva Comportamentale) le chiama pretese rigide. Formuliamo pretese rigide perché siamo dei bambini e crediamo che i nostri desideri devono necessariamente avere una corrispondenza nella realtà: “Questo problema di matematica deve per forza essere risolto così!”, “Mia moglie deve per forza perdonarmi se le regalo un mazzo di fiori e se non lo fa è una stronza egoista”, ecc. Ma il mondo reale non funziona così. Se ne sbatte le palle di ciò che tu desideri e pretendi.

Ma perché ci fissiamo su pensieri sbagliati e irrazionali?

Perché siamo molto pigri e preferiamo fare meno sforzo. Ricorda: al nostro cervello piace risparmiare energia, per questo sfrutta i funzionamenti automatici del Sistema Watson.

Inoltre, Robert A. Cialdini ci spiega nel suo saggio Le armi della persuasione che spesso continuiamo a fare una cosa per appagare il nostro bisogno di coerenza: se abbiamo detto/fatto/pensato qualcosa, difficilmente torneremo sui nostri passi anche se le prove ci dicono che abbiamo sbagliato, e continuiamo anche se ne veniamo danneggiati. Per esempio, la gente sceglie spesso dei partner che poi si rivelano uno schifo e pur di mantenersi coerenti con la scelta iniziale portano avanti la relazione anche se tossica.

Cialdini aggiunge pure che più ci siamo impegnati in qualcosa, meno siamo inclini a rivedere le nostre posizioni su di esso: ci siamo duramente conquistati questo qualcosa, abbiamo lottato per mantenerlo nostro, e a questo punto abbiamo creato pure un legame emozionale. Abbandonare tutto significherebbe ammettere con noi stessi di aver fallito e sprecato tempo. E poi abbandonare per cosa? Qualcosa di nuovo? Ma qualcosa di nuovo è così incerto. Ecco, di nuovo il problema dell’incertezza…

Comunque, su quello che dice Cialdini in quel saggio ci tornerò in futuro. È un libro molto interessante e vi consiglio di leggerlo perché spiega come i funzionamenti automatici del Sistema Watson ci rendono facile preda del marketing e dei venditori.

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Uno dei saggi più interessanti che abbia mai letto. Cialdini ci spiega come tutti a causa dei bias cognitivi e altri effetti psicologici finiamo vittime del marketing. Sì, anche tu che pensi di non farti fregare ci caschi senza rendertene conto. E deve essere per forza così, altrimenti vorrebbe dire che il tuo cervello non funziona come quello di un essere umano ma di un alieno ^_^

Ora, la domanda da porci è: si può uscire dall’Einstellung?

La risposta è sì.

Un’ottima strategia per uscire dall’Einstellung è chiedere un’opinione a qualcuno: chiedere un parere su qualcosa agli altri ci permette di venire a conoscenza di problemi che noi non vediamo e di accedere a soluzioni a cui noi non abbiamo pensato.

Ma non sempre possiamo avere a disposizione qualcuno con cui consultarci.

Un ottimo modo per evitare l’Einstellung da soli è accedere alla Modalità di pensiero Diffusa.

La modalità Diffusa di solito ricombina i chunk a casaccio e viene usata dal Sistema Watson, ma può essere orientata dal Sistema Holmes a creare chunk utili per risolvere il problema di cui ci stiamo occupando.

La modalità Diffusa non funziona come la Focalizzata: non possiamo usarla a comando, lavora da sola in background. Noi possiamo solo orientarla verso ciò che ci serve.

Per attivarla dobbiamo creare distanza tra noi e il problema di cui ci stiamo occupando in Modalità Focalizzata.

Dobbiamo in poche parole “rilassarci” e, di tanto in tanto, evocare il problema nella nostra mente, per poi abbandonarlo di nuovo subito. Così faremo capire alla Modalità Diffusa che deve risolvere questo specifico problema e non un altro che abbiamo per la testa.

Considera che rimane comunque un processo automatico e non ti fornirà una soluzione immediatamente. In casi rarissimi potrebbe addirittura non dartela mai. E ricorda pure che la soluzione trovata andrà comunque poi vagliata in Modalità Focalizzata, quindi dal Sistema Holmes.

Possiamo creare distanza da un problema in 3 modi: cambiando attività, cambiando luogo fisicamente, e distanziandoci mentalmente.

Distanziarsi da un problema cambiando attività

Il primo metodo per attivare la Modalità Diffusa e fare sì che in background lavori sul problema di cui ci stiamo occupando è quello di cambiare attività, cioè quello che stai facendo.

Quando Holmes lavora a un crimine, spesso smette di occuparsene per suonare il violino o fumare la pipa. Lo stesso facciamo noi, in verità: quante volte ti è capitato di fare una pausa mentre dovevi risolvere un problema? Direi sempre.

L’attività deve avere 3 caratteristiche per poter stimolare la Modalità Diffusa:

  1. Non deve essere troppo impegnativa. Se cerchi di imparare un linguaggio informatico, non è una buona scelta fare una pausa per metterti a imparare da zero a suonare la chitarra.
  2. Non deve essere correlata a quello che stai facendo. Se stai cercando di risolvere un problema di matematica, non devi metterti a risolverne un altro.
  3. Non deve essere noiosa per te. La tua mente non riuscirebbe a staccarsi dal problema perché reputa la nuova attività poco stimolante.

Non sarà facile distrarsi dal problema con questa tecnica, a dire il vero. La mente umana tende a ricordare i lavori incompiuti piuttosto che quelli completati, che rimangono ad occupare un nostro slot nella memoria di lavoro. Praticamente ci torna su molto spesso.

Come dice la Konnikova (grassetti miei):

Nel 1927, la psicologa della Gestalt Bluma Zeigarnik notò un fenomeno curioso: i camerieri di un ristorante di Vienna riuscivano a ricordare solo le ordinazioni ancora da completare. Non appena i piatti venivano serviti al tavolo, i camerieri dimenticavano le ordinazioni. La Zeigarnik fece quello che farebbe ogni psicologo degno di questo nome: tornò al laboratorio e progettò una ricerca. A un gruppo di adulti e bambini furono affidati da diciotto a ventidue compiti da portare a termine (sia fisici, come realizzare figure con l’argilla, sia mentali, come risolvere indovinelli), ma metà di quei compiti venivano interrotti. Alla fine, i soggetti ricordavano i compiti interrotti molto meglio di quelli completati; più di due volte meglio, a dire il vero.
La Zeigarnik attribuì la scoperta a uno stato di tensione, simile a quando si assiste al finale mozzafiato di un film. La vostra mente vuole sapere cosa sta per succedere. Vuole finire. Vuole continuare a lavorare, e continuerà a farlo anche se le dite di smettere. Tra tutti quei compiti, ricorderà inconsciamente quelli che non è riuscita a completare. È lo stesso Bisogno di Chiusura che abbiamo incontrato in precedenza, un desiderio delle nostre menti di porre fine agli stati di incertezza e di portare a termine questioni irrisolte.

Come vedi è di nuovo l’incertezza a darci problemi. La nostra mente la teme al punto da non farci distrarre da un compito che dobbiamo terminare.

Finora ho sempre detto che non dobbiamo distrarci e che la distrazione è nemica del Pensiero Attivo, ma qui stiamo parlando di un tipo di distrazione molto diversa, una distrazione “attiva”, cioè usata a favore della risoluzione del problema di cui ci occupiamo e non per allontanarci dal farlo.

Tra le attività più utili per distrarsi, gli studi hanno dimostrato che la migliore è passeggiare in mezzo alla natura. Una camminata in un bosco, lontano dalle distrazioni e dagli stimoli dell’ambiente cittadino, aiuta l’immaginazione e i processi creativi (sulla creatività ci torno dopo in modo approfondito). In assenza di ambienti naturali, va bene anche una passeggiata in città.

In alternativa ci sono attività come farsi una doccia, ascoltare musica, e quelle visivamente stimolanti (guardare illusioni ottiche, ecc.). Personalmente con me questi metodi non funzionano tantissimo, e mi vengono meglio idee quando guido oppure leggo, ma questa è solo la mia futile esperienza personale.

Sta a te trovare l’attività più consona, e ricordati che deve seguire le tre caratteristiche fondamentali enunciate sopra.

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Nella serie tv "Sherlock" spesso vediamo Holmes mentre suona il violino per distrarsi da un caso particolarmente difficile.

Distanziarci cambiando luogo fisicamente

C’è chi non riesce a distrarsi cambiando attività. È una cosa più comune di quanto si pensi, in realtà. Per chi non ci riesce, una soluzione che può adottare è cambiare luogo.

Negli articoli precedenti ti ho parlato di come l’ambiente circostante ci invii stimoli che fanno scattare l’attivazione dei processi mentali della nostra soffitta. Un suono, un odore, un oggetto, ecc., fanno scattare determinate associazioni tra i chunk nella nostra soffitta, e attivano quindi i Sistemi Watson e Holmes. Questo accade anche per la Modalità Diffusa. Occuparsi di un problema in ufficio, rimanere bloccati e poi andare a casa nostra può aiutarci a risolverlo perché riceviamo stimoli ambientali diversi.

Nelle sue avventure Holmes si reca sulla scena del crimine e ci rimane spesso a lungo sia per osservare sia per stimolare la sua immaginazione. Holmes lascia che gli stimoli dell’ambiente facciano scattare i meccanismi della sua soffitta e che l’immaginazione faccia i collegamenti giusti. Cioè permette al luogo in cui si trova di aiutarlo a cambiare punto di vista sul problema che sta affrontando, soprattutto quando è in Einstellung.

Il problema è che per noi umani cambiare punto di vista su qualcosa è difficile. I nostri bias, bisogni psicologici vari, ecc., ci impediscono di farlo sul serio. Quando ci riusciamo, semplicemente riadattiamo il nuovo punto di vista in modo che combaci col nostro in qualche modo, e poco importa se il risultato è insensato. È la stessa cosa che sostiene la REBT: noi umani sperimentiamo di fatto la realtà in modo totalmente soggettivo grazie ai meccanismi del Sistema Watson; distaccarci da questa visione richiede un enorme sforzo da parte del nostro Sistema Holmes e non ci riusciamo mai pienamente. Siamo esseri molto egocentrici, che pensano che la loro visione della realtà sia l’unica giusta e perfetta.

In più, quando riadattiamo il nostro punto di vista lo facciamo in modo molto graduale e appena otteniamo una stima per noi soddisfacente smettiamo di farlo. Questo fenomeno è chiamato satisficing.

Per citare la Konnikova (grassetti miei):

Questa tendenza è nota come satisficing, una via di mezzo tra soddisfacente (satisfying) e sufficiente (sufficing): una reazione preconcetta che riesce solo a dare una risposta plausibile ma egocentrica a una determinata domanda. Non appena troviamo una risposta che ci soddisfa smettiamo di cercare, a prescindere che la risposta sia o meno ideale o persino lontanamente corretta.

Il ché si ricollega alla negligenza omissiva di cui ti ho parlato in precedenza. Una volta che otteniamo i primi dati o un qualcosa che ci dà una soluzione plausibile al problema che dobbiamo risolvere, smettiamo di cercare altro. Non solo siamo tarati a non cambiare facilmente opinione, ma anche a fermarci il prima possibile quando tentiamo di farlo.

Nel mio manualetto su come imparare a studiare meglio, spiego che i luoghi influenzano anche l’apprendimento. se sei abituato a studiare sul letto, ti verrà difficile farlo sul divano; se sei abituato a ripassare in metro, ti verrà difficile farlo in auto. Per questo consiglio sempre di studiare e ripassare in luoghi diversi, così da cambiare gli stimoli che ci aiutano a formare i ricordi e a rievocarli. È ovvio che visto che i luoghi influenzano i ricordi, allora influenzano anche l’apprendimento, che non è altro che la formazione di nuovi chunk (ricordi) su un argomento.

Distanziarci mentalmente

Questa è la tecnica più difficile da utilizzare e coinvolge un’attività a cui sono legati diversi pregiudizi infondati: la meditazione.

La Konnikova riporta uno studio che ha dimostrato l’efficacia della meditazione sul cervello. È uno studio molto lungo, ti conviene leggerlo direttamente in Mastermind. In breve, ti dico solo che chi medita tende a essere più positivo e creativo, e che questo cambiamento avviene anche molto velocemente (nel giro di poche settimane) perfino con un addestramento molto blando.

La meditazione viene usata spesso da Holmes nei libri, come quando visita scene del crimine o luoghi nella sua mente (anche queste sono forme di meditazione). E viene praticata anche da uomini di successo come Ray Dalio.

In Mastermind la Konnikova parla di questo esercizio di meditazione molto semplice usato nello studio che ho citato prima: chiudi gli occhi, concentrati sul tuo respiro all’altezza della punta del naso e se ti viene in mente un pensiero, accettalo e lascialo andare per concentrarti di nuovo sul respiro.

Ma la meditazione non è necessariamente creare il vuoto nella mente: possiamo anche visualizzare qualcosa nella nostra mente.

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Ho sempre visto la meditazione come una cazzata, a essere onesto. E a quanto pare mi sbagliavo. Ahhh, i pregiudizi...

Le tecniche di visualizzazione sono usate dagli atleti, che visualizzano nella mente un gesto più volte prima di compierlo, e anche nella REBT e altre terapie cognitivo-comportamentali. Per esempio, nel mio corso sulla procrastinazione riporto una tecnica di visualizzazione che Windy Dryden, famosissimo analista REBT, suggerisce per sconfiggere la procrastinazione. Albert Ellis, il creatore della REBT, suggerisce nel suo saggio The Myth of Self-esteem una tecnica di visualizzazione che permette di eliminare le emozioni negative in contesti sociali.

La validità della visualizzazione è supportata anche dagli studi dello psicologo Ethan Kross. Come dice la Konnikova (grassetti miei):

Pensate a una situazione specifica in cui vi siete sentiti arrabbiati o ostili, alla vostra lite più recente con un amico o un’altra persona importante. Fatto? Richiamatelo alla memoria nel modo più accurato possibile, come se lo steste rivivendo. Quando lo avrete fatto, ditemi che cosa provate. E ditemi per quanto è possibile cos’è andato storto. Di chi era la colpa? Perché? Pensate sia possibile rimediare?

Chiudete di nuovo gli occhi. Immaginate la stessa situazione. Solo che stavolta dovete immaginare che stia capitando ad altre due persone. Voi siete solo una mosca sul muro, che assiste alla scena e ne prende nota. Siete liberi di ronzare qua e là e osservare la scena da ogni angolazione senza che nessuno vi veda. Ancora una volta, quando avrete finito, ditemi che cosa provate. E rispondete alle stesse domande di prima.

Avete appena completato un classico esercizio di distanziamento mentale tramite visualizzazione. È un processo in cui si visualizza qualcosa in modo vivido ma da una certa distanza, e quindi da una prospettiva intrinsecamente diversa da quella reale che avete immagazzinato nella vostra memoria. Dallo scenario uno allo scenario due siete passati da una forma mentale concreta a una astratta; probabilmente siete emotivamente più calmi, avete visto cose che la prima volta vi erano sfuggite, e potreste addirittura aver modificato leggermente il ricordo di quanto avvenuto. In effetti, potreste persino essere più avveduti ed efficaci nel risolvere problemi in generale, a prescindere dallo scenario in questione. (E inoltre avrete praticato una forma di meditazione, anche se un po’ di soppiatto…)

Lo psicologo Ethan Kross ha dimostrato che un simile distanziamento mentale (gli scenari sopra descritti provengono infatti da una delle sue ricerche) non favorisce solo il controllo delle emozioni. Può anche incrementare la saggezza, sia in termini dialettici (nel senso di avere cognizione dei cambiamenti e delle contraddizioni nel mondo) che di umiltà intellettuale (nel senso di conoscere i propri limiti), e aumenta la capacità di risolvere problemi e compiere delle scelte.

Se vuoi usare questa tecnica di distanziamento, devi imparare a creare nella tua mente un luogo o una situazione e immaginarti mentre interagisci al suo interno.

È come con la tecnica del palazzo della memoria. La visualizzazione usa gli stessi processi mentali per evocare un ricordo perché è fondamentalmente una tecnica di immaginazione, quindi un processo che ricombina i nostri chunk e ne aggiunge di nuovi.

Io ancora non pratico la meditazione, ma in futuro penso che mi informerò a dovere visto che sembra portare molti benefici.

Metodo alternativo: Distanziarci ubriacandoci!

Possiamo attivare la Modalità Diffusa ubriacandoci. Quando siamo ubriachi, ci viene più facile fare associazioni remote tra i vari chunk perché i nostri processi esecutivi normali sono più deboli.

Per citare la Konnikova:

Un fatto interessante: riusciamo meglio a risolvere problemi di intuizione quando siamo stanchi o ubriachi. Perché? La nostra funzione esecutiva è inibita, perciò vengono assorbite informazioni che normalmente verrebbero giudicate distraenti. Perciò diventiamo più propensi a cogliere associazioni remote.

Non è il primo studio a dimostrare che essere ubriachi migliora alcune nostre abilità. Questo studio ha dimostrato che da ubriachi si parla meglio una lingua straniera.

Comunque, quello di ubriacarti prendilo come un consiglio da seguire in situazioni estreme. Non puoi sempre stimolare la tua immaginazione ubriacandoti a schifo. Così diventerai semplicemente un alcolizzato ^_^

Ora che hai capito come distanziarti da un problema per aiutare l’immaginazione, passiamo al rapporto diretto e importantissimo tra immaginazione e creatività.

Creatività

Per immaginare qualcosa di nuovo partendo dalle nostre osservazioni fatte, di certo abbiamo bisogno di essere creativi. E ovviamente quanto detto finora sull’immaginazione si applica anche alla creatività.

Ci sembra di vivere nell’era della creatività, del “Think Different” di Steve Jobs, eppure in realtà gli studi hanno dimostrato che nutriamo forti riserve verso la creatività, proprio come per l’immaginazione.

Ricordi lo IAT (Test di Associazione Implicita)? Ebbene, ha dimostrato che noi umani rifiutiamo implicitamente la creatività per il vecchio motivo dell’incertezza: quel che nuovo ci spaventa perché mai visto prima, quindi mai provato e potenzialmente pericoloso.

Per citare la Konnikova sullo IAT (grassetti miei):

In una serie di studi, Jennifer Mueller e i suoi colleghi decisero di adattarlo a qualcosa che non era mai sembrato necessario testare: la creatività. I partecipanti dovevano completare i medesimi accoppiamenti di categorie buono/cattivo del normale test IAT, ma questa volta utilizzando due parole che esprimevano un’attitudine pratica (funzionale, costruttivo o utile) oppure creativa (nuovo, inventivo o originale). Il risultato fu che anche le persone che avevano esplicitamente messo la creatività ai primi posti nel loro elenco di attributi positivi mostravano un implicito pregiudizio contro di essa per quel che riguarda la sua praticabilità in condizioni di incertezza. Non solo, ma un’idea precedentemente testata come creativa (per esempio, una scarpa da corsa che utilizzava la nanotecnologia per adattare lo spessore del tessuto in modo da rinfrescare il piede ed evitare le vesciche) fu giudicata meno creativa da loro che non dai partecipanti meno inclini all’immaginazione. Dunque non solo nutrivano pregiudizi impliciti, ma non riconoscevano la creatività come tale neppure quando era sotto i loro occhi.

Non solo per natura nutriamo pregiudizi impliciti verso la creatività, ma nemmeno la riconosciamo quando la vediamo. Che cosa bella, no? ^_^

Molte persone si lamentano dicendo di non essere creative. In realtà, la creatività è come tutte le altre abilità, quindi può essere appresa è migliorata. È come un muscolo; più la usi, più diventerà forte e quindi sarai in grado di avere idee e soluzioni più creative. La creatività sfrutta i chunk: più esperienze nuove facciamo più nuovi ricordi creiamo, e quindi saremo più creativi (come sostiene lo psicologo Robert Bilder).

Inoltre, più siamo motivati a migliorare la nostra creatività più diventiamo creativi. Come sempre, motivazione è impegno sono fondamentali per apprendere qualsiasi cosa nuova e per usare il Pensiero Attivo.

A renderci più creativi è anche l’ambiente con i suoi stimoli, proprio come con l’immaginazione. Se ti sottoponessi a un esercizio per stimolare la tua creatività e accendessi verso i tuoi occhi una lampadina, saresti più creativo nel trovare una soluzione perché associ l’idea della lampadina accesa alla creatività. È una forma di priming (ho parlato del priming negli articoli precedenti di questa serie).

Essere creativi vuol dire anche essere più curiosi, e la curiosità ci permette di creare chunk nuovi, che noi poi possiamo trasferire da un ambiente a un altro. Questa abilità è nota come transfer. Nel mio manuale sull’apprendimento parlo anche un po’ del transfer. In breve, è l’abilità di connettere i chunk di materie diverse tra di loro per comprendere argomenti simili e trovare soluzioni nuove a problemi già visti. Per esempio, chi studia lingue trova spesso più facile imparare un linguaggio informatico (e viceversa); chi gioca a ping pong trova più facile imparare a giocare a tennis (e viceversa).

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La gente parla sempre di quanto sia importante la creatività, ma in realtà è una delle caratteristiche meno apprezzate. La creatività porta novità, e la novità porta incertezza: al cervello umano l'incertezza non piace per niente ^_^

Invece al contrario di quanto si pensa, fare un lavoro creativo in gruppo ci rende meno creativi.

Susan Cain ne parla in modo approfondito nel suo libro Quiet (lo so che parla di introversione ed estroversione, cose che la scienza non ha ancora provato esistano veramente, ma il libro dice comunque cose interessanti non strettamente connesse a questi due aspetti) dove riporta diversi studi fatti sul lavoro di gruppo connesso alla creatività, che hanno dimostrato quanto le dinamiche di gruppo influenzino negativamente la creatività del singolo componente perché intervengono le pressioni sociali.

Le ricerche che cita la Cain hanno dimostrato una cosa che già scrittori, filosofi, pittori, artisti vari, sanno da tempo: il processo creativo si svolge al meglio in solitudine, senza nessuno a romperti i coglioni. Infatti, non vediamo mai Sherlock Holmes risolvere casi in gruppo, a stento ne parla con Watson.

Tutto questo sfata il mito del “Brainstorming”. Molte aziende credono che questa pratica abbia dei benefici sulla creatività, ma gli studi hanno dimostrato che non funziona. La prima ricerca a dimostrarlo fu fatta nel 1963 dal docente di psicologia Marvin Dunnette (lo cita la Cain nel suo saggio). Gli studi fatti fino a oggi hanno confermato quanto scoperto da Dunnette, cioè che il brainstorming è inutile e dannoso per il lavoro creativo. Inoltre, si è scoperto pure che più aumenta il numero dei membri del gruppo, più la creatività diminuisce.

Eppure c’è una condizione in cui il brainstorming è utile: su internet. Perché? Perché online poi ognuno lavora in solitaria sul compito che gli spetta.

Ma perché il lavoro di gruppo danneggia la creatività?

Per gli psicologi ci sono 4 motivi:

  1. Il gruppo ci rende più pigri, infatti spesso pensiamo che sarà qualcun'altro a fare il nostro lavoro.
  2. Nel gruppo siamo invitati a parlare uno alla volta o a concentrarci su un’idea alla volta.
  3. Nel gruppo abbiamo paura di fare brutta figura e finiamo col censurarci, cioè abbiamo paura del giudizio altrui.
  4. Il gruppo ci influenza male perché tendiamo per natura a conformarci alle decisioni che prendono gli altri al suo interno; quando dissentiamo dal gruppo si attiva l’amigdala, che mette in moto le nostre sensazioni di rifiuto e di dolore. Paghiamo il dissenso dal gruppo sentendoci male emotivamente.

Contrariamente a quanto pensano i fanatici del lavoro manuale, il lavoro creativo è un’attività molto stancante e difficile. Fare un lavoro creativo di qualsiasi tipo (scrittura, pittura, disegno, ecc.) ci stanca molto in fretta. Infatti, le persone creative di successo non lavorano più di 3-5 ore al giorno.

Darwin lavorava 180 minuti al giorno e li divideva in due blocchi da 90 minuti, separandoli con tante pause. Il suo era un lavoro creativo che richiedeva molto sforzo mentale. Fonte: http://dailyroutines.typepad.com/daily_routines/2008/12/charles-darwin.html

Lo stesso accade per altri scienziati, autori e artisti vari. Lavorano dalle 3 alle 5 ore al giorno, facendo tante pause e attività diverse nel frattempo. E ottengono grandi risultati, perché lavorano al massimo della loro capacità mentale.

Ma una volta che abbiamo usato la nostra creatività e immaginazione su un problema, cosa succede?

Ebbene, si attiva l’ultimo processo mentale che ci darà la possibile soluzione al problema di cui ci stiamo occupando: l’intuizione.

Intuizione

L’intuizione è quel momento in cui la nostra immaginazione-creatività dà i suoi frutti e ci restituisce quel pezzo di informazione che potrebbe essere necessario a risolvere il problema di cui ci stiamo occupando. È il momento di consapevolezza che segue il lavoro fatto dalla Modalità Diffusa in background, cioè quando quello che ci serve passa dalla nostra “mente incosapevole” a quella “consapevole”.

L’intuizione è un lavoro di sintesi delle osservazioni fatte, della nostra conoscenza pregressa e di ciò che abbiamo immaginato.

Arriva dalla soffitta della mente, come tutto il resto. Mentre noi siamo occupati a distanziarci, la Modalità Diffusa lavora al posto nostro, collegando i vari chunk della soffitta e fornendo infine alla Modalità Focalizzata la possibile soluzione al problema che vogliamo risolvere.

Conoscenza attiva e passiva

Prima ho detto che più chunk creiamo più favoriamo l’immaginazione, eppure finora ti ho sempre esortato a mantenere la soffitta pulita e sgombra. Questo potrebbe essere un controsenso visto che ora ti esorto a riempirla di chunk per aiutare la tua immaginazione.

In realtà, non c’è alcun errore. Non dobbiamo accumulare solo conoscenza che usiamo regolarmente: molte scatole (chunk) le tireremo fuori solo in futuro, quando ci serviranno. Perciò dobbiamo accumulare sia conoscenza che usiamo regolarmente sia conoscenza che potrebbe tornarci utile in futuro.

La Konnikova definisce “conoscenza attiva” quella che usiamo regolarmente, e “conoscenza passiva” quella che sfruttiamo solo in determinate occasioni. Per aiutarti a capire la differenza, immagina di avere degli scaffali nella soffitta dove più in basso tieni gli scatoloni (i chunk) che usi regolarmente (conoscenza attiva) e in alto quelli che usi meno regolarmente ma sai che potrebbero rivelarsi utili prima o poi (conoscenza passiva).

Questo non vuol dire che per favorire la tua conoscenza passiva devi immagazzinare tutto a caso. No, bisogna fare quello che ti ho esortato a fare fino a ora: tenere tutto pulito e ordinato, cercando di risparmiare tutto lo spazio disponibile. Se stai leggendo un libro ricco di informazioni, piuttosto che tentare di memorizzarle tutte, risparmia spazio ricordandoti solo quelle veramente importanti e per quelle più di nicchia lascia nella tua mente un promemoria col titolo del libro per ripescarle in futuro.

Facendo pratica costante col Pensiero Attivo capirai cosa va conservato e no.

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Ecco com'è in realtà una soffitta della mente ben organizzata e mantenuta: un magazzino grigio e anonimo ma con scatole piene di merce di enorme valore.

Per concludere, ti esorto a mantenere la tua mente costantemente aperta ai nuovi stimoli, alle nuove informazioni. Osserva, immagina e conserva il necessario. Come ti ho già spiegato, è la flessibilità di pensiero ad aiutarti enormemente in tutti i processi del pensiero attivo e razionale, immaginazione compresa.



Ok, facciamo un recap di quanto detto finora:

  • L’immaginazione sintetizza in qualcosa di nuovo quello che abbiamo osservato, quello che abbiamo appreso e quello che sappiamo già su un problema. Puoi immaginarla come uno spazio mentale nella soffitta dove puoi collegare liberamente i chunk.
  • Parliamo di immaginazione “in una camicia di forza”, cioè libera di agire nei limiti di quello che abbiamo accuratamente osservato e conservato nella soffitta.
  • L’approccio immaginativo al ragionamento permette di valutare le strade meno battute, senza buttarsi subito su quelle più “ovvie”. Cioè permette di lasciare da parte il Sistema Watson e mettere in moto il Sistema Holmes.
  • L’immaginazione ci terrorizza. Immaginare vuol dire creare qualcosa di nuovo, qualcosa di incerto. Il cervello umano teme l’incertezza. Ciò che è incerto è totalmente insicuro, quindi qualcosa di potenzialmente pericoloso per noi.
  • Durante il processo di immaginazione spesso ci blocchiamo sulle stesse soluzioni sbagliate. Questo fenomeno è conosciuto come Einstellung.
  • RImaniamo bloccati con l’Einstellung perché il cervello preferisce risparmiare energia (quindi evita di pensare cose nuove), perché avvertiamo il bisogno di mantenerci coerenti con quanto pensato/detto/fatto prima e perché ci siamo impegnati in qualcosa così tanto che ci sembra sbagliato mollarla per qualcosa di nuovo e incerto.
  • Si può uscire dall’Einstellung chiedendo un’opinione a qualcuno.
  • Si può uscire dall’Einstellung attivando la Modalità Diffusa.
  • La modalità Diffusa di solito ricombina i chunk a casaccio e viene usata dal Sistema Watson, ma può essere orientata dal Sistema Holmes a creare chunk utili per risolvere il problema di cui ci stiamo occupando.
  • Per attivare la Modalità Diffusa dobbiamo creare distanza tra noi e il problema di cui ci stiamo occupando in Modalità Focalizzata.
  • Possiamo creare distanza da un problema in 3 modi: cambiando attività, cambiando luogo fisicamente, e distanziandoci mentalmente.
  • Distanziarsi cambiando attività = cambiare ciò che si sta facendo. L’attività non deve essere correlata a quella precedente, non deve essere troppo impegnativa e nemmeno noiosa.
  • Distanziarsi cambiando luogo ci permette di ricevere stimoli sensoriali diversi dall’ambiente, che attivano i meccanismi della nostra soffitta. Occuparsi di un problema in ufficio, rimanere bloccati e poi andare a casa nostra può aiutarci a risolverlo perché riceviamo stimoli ambientali diversi.
  • I luoghi ci permettono di vedere un problema da un altro punto di vista. Per noi umani è difficile adottare un punto di vista diverso da quello iniziale. Quando ci riusciamo, semplicemente riadattiamo il nuovo punto di vista in modo che combaci col nostro in qualche modo, e poco importa se il risultato è insensato.
  • Distanziarsi mentalmente vuol dire usare forme di meditazione.
  • La meditazione non è necessariamente creare il vuoto nella mente: possiamo anche visualizzare qualcosa nella nostra mente. Devi imparare a creare nella tua mente un luogo o una situazione e immaginarti mentre interagisci al suo interno. È come con la tecnica del palazzo della memoria.
  • Le tecniche di visualizzazione sono usate dagli atleti, che visualizzano nella mente un gesto più volte prima di compierlo, e anche nella REBT e altre terapie cognitivo-comportamentali.
  • Distanziarsi ubriacandosi = possiamo attivare la Modalità Diffusa ubriacandoci. Quando siamo ubriachi, ci viene più facile fare associazioni remote tra i vari chunk perché i nostri processi esecutivi normali sono inibiti.
  • Creatività e immaginazione sono strettamente connesse. Per immaginare qualcosa di nuovo partendo dalle nostre osservazioni fatte abbiamo bisogno di essere creativi. Quanto detto finora sull’immaginazione vale anche per la creatività.
  • Lo IAT (Test di Associazione Implicita) ha dimostrato che nutriamo pregiudizi inconsci verso la creatività per lo stesso motivo per cui li nutriamo verso l’immaginazione: creatività vuol dire novità, cioè incertezza. Ciò che è incerto può essere pericoloso.
  • La creatività è un’abilità come tutte le altre, quindi può essere migliorata con l’esercizio, la motivazione e l’impegno.
  • A renderci più creativi è anche l’ambiente con i suoi stimoli, proprio come con l’immaginazione.
  • Il transfer è l’abilità di trasferire chunk tra argomenti simili e trovare soluzioni nuove a problemi noti.
  • Fare un lavoro creativo in gruppo ci rende meno creativi per colpa delle dinamiche sociali dei gruppi.
  • Si è più creativi lavorando da soli.
  • Il Brainstorming influisce negativamente sulla creatività. Funziona solo online perché poi ognuno lavora da solo sui compiti che deve svolgere.
  • Il lavoro creativo è un’attività molto stancante e difficile. Le menti più creative al mondo (scrittori, scienziati, ecc.) non lavorano più di 3-5 ore al giorno.
  • L’intuizione è quel momento in cui la nostra immaginazione-creatività dà i suoi frutti e ci restituisce quel pezzo di informazione che potrebbe essere necessario a risolvere il problema di cui ci stiamo occupando. È un lavoro di sintesi delle osservazioni fatte, della nostra conoscenza pregressa e di ciò che abbiamo immaginato.
  • L’intuizione arriva dalla soffitta della mente, come tutto il resto.
  • La conoscenza attiva è quella che usiamo regolarmente e la conoscenza passiva quella che sfruttiamo solo in determinate occasioni.
  • Non dobbiamo accumulare solo conoscenza attiva: molte scatole (chunk) nella soffitta le tireremo fuori solo in futuro, quando ci serviranno, perciò dobbiamo accumulare anche conoscenza passiva.
  • Non bisogna accumulare roba a caso per favorire la conoscenza passiva. Dobbiamo sempre tenere pulita, sgombra e ordinata la soffitta, cercando di risparmiare più spazio possibile.
  • Mantieni sempre la mente aperta a nuovi stimoli.
  • Ricordati l’importanza della flessibilità di pensiero.

Al solito, se non l'hai ancora fatto, ti consiglio di leggere il libro della Konnikova. È molto bello e interessante, e a differenza dei miei articoli è pensato per un pubblico di massa e tralascia quindi volutamente cose più di nicchia e specifiche di cui invece io parlo. Ti sarà d’aiuto per capire meglio gli articoli di questa serie, e poi le stesse cose dette in modi diversi, da fonti diverse, aiutano a confermare quanto appreso e lo rendono più vero dentro di noi.

Ci becchiamo al prossimo articolo!