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Pensare come Sherlock Holmes – Diventare un esperto di qualsiasi cosa

Nell’articolo precedente ho affrontato l’ultimo elemento fondamentale del metodo scientifico applicato al Pensiero Attivo, cioè la deduzione.

Abbiamo visto che la deduzione consiste nel raccogliere le osservazioni ricomposte dall’immaginazione, riordinarle e vedere quale possibile soluzione al problema che stiamo affrontando le incorpora tutte. È il processo più delicato perché ci arriviamo stanchi ed è facile che entri in azione il Sistema Watson a farci dedurre in modo sbagliato.

Abbiamo anche visto i nemici della deduzione, cioè lo stress e la nostra tendenza a creare storie per risolvere problemi complessi. Infine, abbiamo visto che quando deduciamo sbagliamo a considerare l’improbabile come impossibile.

Ora hai tutta la conoscenza che ti serve per padroneggiare al meglio il pensiero attivo e razionale.

In quest’ultimo articolo della serie ti spiegherò come diventare e mantenerti esperto nel Pensiero Attivo e come non cadere di nuovo in brutte abitudini mentali di pensiero.

Essere un esperto in un campo

In questa serie di articoli ho già accennato qualcosina a proposito degli esperti, e qui affronterò meglio il discorso.

Prima di tutto diciamo che quello che separa l’esperto dal dilettante è la vasta libreria di chunk cui attingere che l’esperto possiede. Negli anni in cui ha praticato la sua attività l’esperto ha raccolto tanti chunk diversi, ha selezionato i migliori e li ha conservati nella soffitta accuratamente. Di alcuni argomenti avrà creato macrochunk per risparmiare spazio e richiamarli più facilmente dalla memoria a lungo termine alla memoria di lavoro.

Holmes ha una vasta libreria di chunk sul crimine. Un maestro di scacchi ce l’ha sugli scacchi.

Interessante sui maestri di scacchi è l’analisi che fa Joshua Foer nel suo saggio L’arte di ricordare tutto:

[…]Tendevano [I maestri di scacchi] a vedere la mossa giusta, e a vederla quasi subito. Era come se gli esperti di scacchi, più che pensare, reagissero. Ascoltando i loro resoconti verbali, de Groot si accorse che descrivevano i propri pensieri usando un linguaggio diverso da quello dei giocatori meno abili. Parlavano delle configurazioni chiamandole «strutture di pedoni» e notavano all’istante qualsiasi anomalia, per esempio una torre in posizione scoperta. Per loro la scacchiera non era composta da trentadue pezzi, ma da raggruppamenti di pezzi e da strategie. I grandi maestri vedono, alla lettera, un’altra scacchiera.”

[…]

I maestri attingono alla vasta biblioteca di configurazioni che hanno salvato nella memoria a lungo termine per suddividere la scacchiera in blocchi, proprio come noi, qualche pagina fa, abbiamo usato la nostra conoscenza delle date storiche per dividere in chunk un numero di dodici cifre. L’abilità di un maestro di questa disciplina si fonda su un vocabolario più ricco di blocchi da riconoscere. E questa è la ragione per cui occorrono anni di esperienza per diventare un esperto di fama mondiale, negli scacchi come in qualsiasi altro campo. Persino Bobby Fischer, forse lo scacchista più eccezionale di tutti i tempi, aveva già giocato per nove anni prima che, appena quindicenne, lo dichiarassero gran maestro. Contrariamente al luogo comune che considera gli scacchi un’attività intellettuale basata sull’analisi, molte decisioni importanti sulla mossa conveniente vengono prese d’istinto, appena un giocatore vede la scacchiera.

[…]

Il maestro di scacchi guarda la scacchiera e vede la mossa più promettente. È un processo che di solito dura non più di cinque secondi e che si può, letteralmente, osservare nel cervello in tempo reale. Usando la magnetoencefalografia, una tecnica che misura i deboli campi magnetici emessi da una mente che pensa, i ricercatori hanno scoperto che gli scacchisti più quotati quando guardano la scacchiera tendono a usare la corteccia frontale e parietale, il che fa pensare che stiano richiamando informazioni dalla memoria a lungo termine. Nei giocatori meno quotati, invece, di solito si attivano i lobi temporali mediali per la codifica di nuove informazioni. Gli esperti interpretano la scacchiera che hanno di fronte attingendo alla loro enorme conoscenza di quelle passate, mentre i principianti la vedono come qualcosa di nuovo.

Foer ci dice che gli esperti letteralmente vedono ciò di cui si occupano in modo nettamente diverso da un principiante. Per Holmes la scena di un crimine appare diversa da come appare a un principiante, proprio come una scacchiera e i suoi pezzi appaiono differenti a un maestro di scacchi e a un dilettante. Lo stesso capita a un calciatore come Cristiano Ronaldo, che vede il campo in modo diverso da un calciatore che gioca in serie B.

Dice sempre Foer:

Gli esperti vedono il mondo da un’altra prospettiva. Si accorgono di cose che i non esperti non notano. Puntano direttamente all’informazione più rilevante e sanno in modo quasi automatico come servirsene.

Un esperto sa anche come sfruttare al meglio le informazioni giuste.

Il dilettante si perde tra le varie informazioni a sua disposizione, non riesce a elaborarle tutte e bene, attiva il Sistema Watson e finisce col farsi guidare dai propri processi automatici per prendere una decisione. Al contrario l’esperto si concentra sull’informazione davvero importante: a volte prende una decisione velocemente sfruttando il suo Sistema Watson addestrato a pensare bene, altre volte in modo più ponderato e lento sfruttando il Sistema Holmes.

Infine, un esperto è colui che conosce l’importanza di continuare ad apprendere sempre più cose nuove del suo settore e di fare pratica con gli aspetti più difficili del suo campo. Uno che sa che non può permettersi di adagiarsi sugli allori perché altrimenti i suoi avversari lo supereranno mentre le sue abilità inizieranno ad atrofizzarsi. Un esperto è come un atleta che si mantiene costantemente in esercizio facendo allenamenti rigorosi e precisi perché sa che i lunghi periodi di inattività rendono i muscoli più deboli.

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Sherlock Holmes è così esperto nel suo ambito che la scena di un crimine gli appare diversa rispetto a quelli che lo circondano, come Watson o Lestrade. Holmes riesce a concentrarsi sui dettagli che davvero contano, lasciando da parte quelli che in realtà sono solo distrazioni.

Vediamo ora insieme come funziona l’apprendimento un po’ in generale e poi come si applica il tutto al Pensiero Attivo e alla questione di mantenersi esperti in qualsiasi cosa.

I 3 stadi dell’apprendimento

Quando apprendiamo qualcosa di nuovo, che sia il pensare come Sherlock Holmes o guidare un’auto, secondo gli psicologi Paul Fitts e Michael Posner passiamo attraverso 3 stadi distinti:

  1. Stadio cognitivo = è la fase iniziale in cui impariamo le primissime cose, cerchiamo loro di dare un senso, le uniamo ed elaboriamo nuove strategie per portare a termine quello di cui ci stiamo occupando. Esempio: nel Pensiero Attivo corrisponde alle fasi in cui raccogli chunk nella soffitta per costruire la tua conoscenza pregressa su qualcosa e inizi poi a usare questa conoscenza per osservare meglio, immaginare, ecc.; quando guidi, sono le fasi in cui impari a mettere le marce, a far partire l’auto, e così via.
  2. Stadio associativo = è la fase intermedia, quando abbiamo imparato a saper fare qualcosa abbastanza bene, e commettiamo pochi errori ma nessuno mai grave. Per esempio, guidi ormai bene, e al massimo tamponi appena la macchina dietro di te quando parcheggi in uno spazio molto ristretto.
  3. Stadio autonomo = è la fase finale, quando ci riteniamo ormai abbastanza sicuri ed esperti e inseriamo il pilota automatico per svolgere il compito appreso. Per esempio, guidi ormai con la radio a tutto volume, tieni una sola mano sullo sterzo, fai sorpassi e parcheggi impossibili.

Visto che l’apprendimento è una questione di memoria, quando impariamo qualcosa vuol dire che stiamo creando chunk e li stiamo collegando tra loro nella soffitta. Ho parlato della memoria a lungo termine e di quella a breve termine negli articoli di questa serie, e ora devo chiamare in causa altri due tipi di memoria: esplicita e implicita.

La memoria esplicita riguarda tutti quei ricordi che siamo in grado di riportare a comando alla mente consapevole (data di un evento, una cosa studiata, ecc.); quella implicita invece riguarda ciò che siamo capaci di fare (l’esperienza), quindi cose che facciamo in automatico (andare in bicicletta, allacciarsi le scarpe, ecc.) senza pensarci consapevolmente.

Facciamo un esempio: quando impari a guidare, ricordi i singoli passaggi da fare quando devi avviare l’auto, immetterti in strada, ecc., e sei in grado ogni volta di richiamare questi passaggi perché usi la memoria esplicita. Più fai pratica e diventi bravo, più questi passaggi diventano automatici e non ci pensi più consciamente quando li fai: passano quindi alla memoria implicita, la memoria dell’esperienza, e se ti chiedessi cosa stai facendo e perché forse nemmeno riusciresti a rispondermi.

Praticamente più apprendiamo e facciamo pratica, più ci spostiamo dalla memoria esplicita a quella implicita.

Per citare la Konnikova:

Quando iniziamo a imparare ci troviamo nel campo della memoria dichiarativa o esplicita. Si tratta della memoria codificata nell’ippocampo e quindi consolidata e conservata (se tutto va bene) per un uso futuro. È la memoria che utilizziamo quando dobbiamo memorizzare le date di eventi storici o imparare le fasi di una nuova procedura sul lavoro. È […] la memoria che utilizziamo quando proviamo a comprendere il processo mentale di Holmes passo per passo, per avvicinarci alle sue capacità intuitive.

[…]

Ma non è la stessa memoria che usa Holmes quando fa la stessa cosa. Lui padroneggia già i diversi passi del processo mentale. Per lui sono diventati una seconda natura. Holmes non ha bisogno di pensare a come procedere mentalmente; lo fa automaticamente, proprio come noi cediamo automaticamente al nostro Watson interiore perché è ciò che abbiamo imparato a fare e ora stiamo disimparando.

Finché non lo avremo disimparato, quello che per Holmes è facilissimo non potrebbe essere più difficile per noi watsoniani. In ogni momento dobbiamo fermare Watson e chiedere invece l’opinione di Holmes. Mano a mano che però facciamo pratica, sforzandoci di osservare, di immaginare, di dedurre ancora e ancora e ancora (e a farlo anche quando può sembrare sciocco, come quando scegliamo cosa mangiare a pranzo) si verifica un cambiamento. All’improvviso la sequenza si svolge con più disinvoltura. Procediamo un po’ più rapidamente. Il tutto sembra un po’ più naturale, un po’ più facile.

In sostanza, quel che succede è che stiamo cambiando sistema di memoria. Ci stiamo spostando dall’esplicito all’implicito, all’abituale, al procedurale. Il nostro pensiero sta diventando simile alla memoria che utilizziamo quando guidiamo, quando andiamo in bicicletta, quando completiamo un compito che abbiamo portato a termine migliaia di volte. Siamo passati dall’essere orientati allo scopo (nel caso del pensiero, percorrere consapevolmente i passi di Holmes, assicurandoci di eseguirli correttamente uno dopo l’altro) all’essere automatizzati (non dobbiamo più pensare ai vari passi; la nostra mente li ripercorre in modo naturale).

Quando ci troviamo nei primi due stadi dell’apprendimento, il nostro cervello rilascia molta dopamina per gratificarci: più impariamo e vediamo buoni risultati, più ci sentiamo gratificati. Ma quando raggiungiamo lo stadio autonomo finisce tutto: non è più una novità che sappiamo guidare o risolvere un crimine. Non abbiamo più scariche di dopamina (o meglio sono pochissime rispetto a prima), e non avvertiamo più il piacere. Non siamo quindi motivati a imparare di più. Iniziamo a cadere di nuovo vittima di bias cognitivi come l’effetto default, cioè la tendenza ad accontentarci della prima opzione disponibile plausibile per risolvere un problema.

Più impariamo e diventiamo esperti di qualcosa, più diventiamo pigri mentalmente e abbiamo voglia di riposare. Sentiamo di meritarcelo e ci adagiamo sugli allori. Questo è uno dei problemi degli esperti: una volta che sentono di aver raggiunto le vette del loro settore smettono di innovarsi, tendono alla pigrizia. Capita ai singoli individui, per esempio ai professionisti che rimangono a livelli mediocri nel loro settore. E capita anche alle aziende: pensa alla Apple che dopo l’iphone non ha creato niente di davvero rivoluzionario.

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L'Apple ha rivoluzionato il settore dei cellulari ma poi si è adagiata sugli allori e non ha fatto più niente di davvero innovativo. Il "Think different" oggi è solo un vuoto slogan cui nessuno, escluso i fanboy, crede più.

Occorre quindi addestrare il cervello ad andare oltre la gratificazione immediata e abbracciare l’incertezza del futuro che tanto ci spaventa trovandola di per sé gratificante.

Dobbiamo addestrarlo a cercare continuamente le novità e a fare nuove esperienze nel campo che ci interessa.

I 3 stadi dell’apprendimento applicati al Pensiero Attivo

Quando inizierai a usare il Pensiero Attivo, sarai nello stadio cognitivo e userai la memoria esplicita: farai molta fatica, avrai molte scariche di dopamina alternate a momenti in cui sarai tentato di mollare e tornare ai vecchi schemi mentali disfunzionali e abituali, ma se resisti con la pratica migliorerai.

Più pratica farai, più diventerai abile ed entrerai nello stadio associativo e inizierai a usare anche la memoria implicita insieme a quella esplicita: sarai in grado di usare al meglio il tuo Sistema Holmes quasi sempre, e il tuo Sistema Watson inizierà ad assorbire gli insegnamenti e le abitudini mentali corrette e razionali del Sistema Holmes.

Infine, quando sarai un esperto come Holmes, entrerai nello stadio autonomo e userai di più la memoria implicita: ogni volta che affronterai un problema, in automatico si attiverà il tuo nuovo Sistema Watson allenato a pensare come il Sistema Holmes, e non avrai più scariche di dopamina. Per esempio, Holmes è già in questo stadio quando incontra Watson per la prima volta, infatti gli basta una rapida occhiata e una stretta di mano per capire che Watson è un reduce dall’Afghanistan, e non ricava alcun piacere dall’averlo fatto perché per lui ormai è facile come bere un bicchiere d’acqua.

Ma arrivati allo stadio autonomo c’è un grosso problema, e se sei un lettore attento avrai capito quale. Ti lascio 5 minuti per rifletterci da te prima di continuare a leggere.

Fatto?

Ok, proseguiamo.

Il problema è proprio lo stadio autonomo: inserisci l’autopilota e non presti più attenzione a quello che fai.

Hai finalmente imparato a usare molto bene il Pensiero Attivo e il tuo Sistema Watson è stato addestrato a pensare come il Sistema Holmes, ma ricorda che rimane lo stesso un sistema di pensiero automatico (anche se ora più razionale), quindi tenderà a sbagliare.

Per quanto tu ti sia abituato a pensare razionalmente, rimane sempre un’abitudine; e come ogni abitudine si avvia in modo automatico e può condurti a sbagliare. Per esempio, Holmes in Silver Blaze non riesce a pensare che il cavallo rubato possa essere nascosto camuffandolo: lui è già un esperto del suo lavoro e si ritrova nello stadio autonomo, il suo Sistema Watson è ai livelli del suo Sistema Holmes... e lo induce lo stesso a sbagliare.

Ricorda che più pratica facciamo con qualcosa, più le cose diventano abituali e quindi finiscono sotto il controllo del Sistema Watson. Le abitudini mentali sono come quelle comportamentali: cicli di pensiero che si ripetono. Come spiego nel mio corso sulla procrastinazione, le abitudini non possono essere eliminate. Possiamo solo sovrascriverle con abitudini migliori, ma sempre abitudini rimarranno per quanto buone siano. Sono utili, ed esistono per permettere al cervello di risparmiare energia e dedicarsi ad altro, ma essendo automatiche possono diventare pericolose.

Quindi gli esperti come Holmes si ritrovano da una parte a pensare automaticamente quando hanno di fronte un problema da risolvere tendendo a sbagliare, e da un’altra non sono più motivati a migliorare perché il loro cervello rilascia pochissima dopamina. Mancando il piacere (quindi la motivazione), cala l’attenzione e aumenta la possibilità di commettere errori.

E a questi due problemi se ne unisce un altro molto serio: l’eccesso di sicurezza.

Problema degli esperti: l’eccesso di sicurezza

Quando si diventa esperti in qualcosa diventiamo molto sicuri di noi. La sicurezza in noi stessi ci è utile perché ci spinge a voler superare i nostri limiti, ma può anche danneggiarci. Possiamo diventare troppo sicuri di noi, compiacerci troppo delle nostre abilità e ritrovarci a sbagliare clamorosamente.

L’eccesso di sicurezza colpisce anche Holmes nel caso La faccia gialla.

Dice la Konnikova a proposito:

Considerate per un momento La faccia gialla, uno dei rari casi in cui le teorie di Holmes si rivelano completamente sbagliate. In questa storia, un uomo di nome Grant Munro avvicina Holmes perché scopra il motivo del comportamento bizzarro di sua moglie. Un cottage sul terreno dei Munro è stato recentemente affittato a dei nuovi inquilini, inquilini piuttosto strani. Il signor Munro vede di sfuggita uno dei suoi occupanti e nota come «in quella faccia c’era qualcosa d’innaturale, d’inumano». Quella vista lo fa rabbrividire.

Ma ancora più sorprendente dei misteriosi inquilini è la reazione di sua moglie al loro arrivo. La donna esce di casa nel cuore della notte, mentendo sui motivi della sua uscita, e il giorno dopo va a far visita al cottage, facendo promettere a suo marito di non seguirla all’interno. Quando la moglie ci va una terza volta Munro la segue, ma trova la casa deserta. Ma nella stessa stanza dove in precedenza aveva visto la faccia spaventosa, trova una fotografia della moglie.

Cosa sta succedendo? «Se non ho frainteso tutto, c’è di mezzo un ricatto» proclama Holmes. E il ricattatore? «Dev’essere la creatura che vive nell’unica stanza accogliente del cottage e che tiene la foto della signora sulla mensola del camino. Parola mia, Watson, c’è qualcosa di affascinante in quel volto alla finestra, non mi sarei perso questo caso per nulla al mondo».
Watson è incuriosito da queste parole. «Avete una teoria?» chiede.
«Sì, ne ho una provvisoria» risponde subito Holmes. «Ma» aggiunge «mi sorprenderei se non si rivelasse corretta. In quel cottage c’è il primo marito della signora».

Ma questa teoria provvisoria si rivela sbagliata. L’inquilino del cottage non è affatto il primo marito della signora Munro, ma sua figlia, una figlia della cui esistenza né il signor Munro né Holmes erano al corrente. Quello che era apparso come un ricatto era invece semplicemente il denaro occorrente alla figlia e alla bambinaia per pagarsi il viaggio dall’America all’Inghilterra. E la faccia che era sembrata così innaturale e inumana era tale perché, in realtà, si trattava di una maschera. Una maschera per nascondere la pelle nera della bambina. In breve, le teorie di Holmes si erano mostrate ben lungi dalla verità. Come ha potuto il grande detective commettere un errore tanto grossolano?

Quando diventiamo esperti diventiamo anche presuntuosi. Più la nostra esperienza aumenta più l’eccesso di sicurezza aumenta, e più errori tendiamo a commettere. Iniziamo a pensare che tutto sia frutto delle nostre abilità, di avere perfino un controllo illusorio su eventi esterni e casuali.

Per citare la Konnikova:

Gli individui presuntuosi si fidano troppo della loro abilità, snobbano con eccessiva facilità le influenze che non possono controllare, e sottovalutano le altre persone; tutto questo li porta ad agire molto peggio di quanto farebbero altrimenti, che sia commettendo errori grossolani nel risolvere un crimine o sbagliando una diagnosi.

Possiamo definire l’eccesso di sicurezza come una forma di cecità che genera errori gravissimi e possiamo indicarlo come uno dei nemici del Pensiero Attivo e razionale. Ci fa ignorare i fatti e attiva il Sistema Watson mettendolo a comando di tutti i processi cognitivi razionali che faticosamente abbiamo imparato a usare portandolo a dedurre in modo totalmente sbagliato e irrazionale.

Secondo gli psicologi l’eccesso di sicurezza aumenta in quattro circostanze:

  1. Aumenta davanti a una difficoltà = più un compito ci appare difficile più ci sentiamo sicuri nell’affrontarlo, viceversa più è semplice più ci sentiamo insicuri. Questo è un fenomeno conosciuto come effetto difficile/facile.
  2. Aumenta davanti alla familiarità = più facciamo qualcosa più ci sentiamo sicuri quando la rifacciamo. Per esempio, quando guidiamo la prima volta siamo meno sicuri e facciamo molta attenzione, ma più facciamo pratica con la guida più ci sentiamo sicuri e la nostra attenzione cala. È lo stesso discorso affrontato a inizio articolo sulle abitudini: più una cosa diventa un’abitudine, più ci è familiare e sicura.
  3. Aumenta all’aumentare delle informazioni = più informazioni abbiamo su qualcosa, più ci illudiamo di conoscerla anche se le informazioni sono in realtà superflue e di scarsa qualità. Lo abbiamo visto con la deduzione: ci sentivamo più sicuri a dedurre se avevamo lunghe liste di elementi su cui basarci. Ovviamente è un errore e bisogna puntare alla qualità delle informazioni e non alla quantità.
  4. Aumenta con l’azione = quando ci impegniamo in prima persona a fare qualcosa, siamo più sicuri di quello che stiamo facendo. Ci fidiamo di più di noi stessi che degli altri. Riteniamo di avere più possibilità di vittoria se compriamo noi un biglietto della lotteria al posto di farcelo comprare da qualcun altro, oppure se siamo noi a lanciare una monetina (in realtà in entrambi i casi non cambia nulla).

Per sfuggire all’eccesso di sicurezza bisogna semplicemente fare una cosa: continuare a imparare. Tutti siamo fallibili, anche e soprattutto i migliori. Solo mantenendoci mentalmente aperti e flessibili possiamo evitare di essere eccessivamente sicuri di noi e possiamo mettere in moto la nostra voglia di continuare a imparare.

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Meme da tenere a portata di mano per inviarlo a chi si crede troppo sicuro di sé e poi sbaglia clamorosamente ^_^
Continuare a imparare sempre e comunque

Contrariamente a quanto si pensava in passato il nostro cervello non smette mai di imparare. Gli studi hanno dimostrato che adulti e anziani non solo continuano a imparare ma la loro struttura cerebrale muta e si fa più complessa quando apprendono qualcosa di nuovo.

La Konnikova riporta il seguente studio a proposito:

In una ricerca un gruppo di adulti fu addestrato a lanciare e riprendere in sequenza tre palle, in un periodo di tre mesi. I loro cervelli, insieme a quelli di altrettanti adulti non-giocolieri che non avevano ricevuto l’addestramento, furono esaminati in tre momenti successivi: prima dell’inizio dell’addestramento, nel momento in cui avevano acquisito una buona abilità nell’esercizio (quando cioè erano in grado di eseguirlo per un minimo di sessanta secondi) e tre mesi dopo, un periodo nel quale era stato chiesto loro di smettere completamente di eseguire l’esercizio. All’inizio non c’erano differenze nella materia grigia dei giocolieri e dei non-giocolieri. Quando i giocolieri acquisirono l’abilità di compiere l’esercizio, invece, si evidenziò un cambiamento notevole: la materia grigia era cresciuta bilateralmente (cioè in entrambi gli emisferi) nell’area medio-temporale e nel solco intraparietale posteriore sinistro, zone associate all’elaborazione e alla conservazione di complesse informazioni visivo-motorie. Non solo i giocolieri imparavano, ma lo facevano anche i loro cervelli, e imparavano a un livello più sostanziale di quanto si ritenesse possibile in precedenza.

E aggiunge pure:

[…] E pensate soltanto alla ri-connessione che si verifica nei casi estremi, quando una persona perde la vista o la funzione di qualche arto o subisce un’altra grave lesione. Intere zone del cervello vengono riassegnate a nuove funzioni, assumendo le proprietà della funzione perduta in modi complessi e innovativi. Nel campo dell’apprendimento il cervello è in grado di compiere imprese che hanno del miracoloso.
Ma c’è di più. Ai nostri giorni appare ormai evidente che con l’applicazione e la pratica persino gli anziani possono ribaltare i sintomi di declino cognitivo che si sono già verificati. Ed è un’autentica emozione a suggerirmi quest’enfasi. È straordinario pensare che, anche se siamo stati pigri per tutta la vita, possiamo cambiare radicalmente e rimediare al danno già fatto.

Il problema è che il cervello continua a imparare anche se noi smettiamo di farlo volutamente: si lascia andare a un apprendimento passivo. Ogni volta che impara qualcosa di nuovo inizia piano piano a eliminare altre cose che abbiamo imparato in precedenza, senza il nostro permesso. Per questo è fondamentale continuare a imparare attivamente, a essere curiosi e creativi. Bisogna mantenersi motivati a imparare ciò che si vuole e a migliorare sé stessi.

Imparare mantiene sveglia la nostra mente e impedisce al Sistema Watson di prendere il comando, anche se ha imparato a pensare come il Sistema Holmes.

Se vogliamo rimanere esperti in un campo, dobbiamo continuare a sfidare noi stessi, a imparare di più, a fare meglio, a mantenerci aperti ad approcci cognitivi e comportamentali nuovi. Dobbiamo fare in modo che la dopamina scorri ancora nel nostro cervello e di poter riportare la mente dallo stadio autonomo a quello cognitivo ogni volta che vogliamo.

Ma come fare di preciso?

Possiamo mantenerci esperti in un campo facendo due cose: insegnando agli altri e facendo “pratica intenzionale”.

Insegnare agli altri per mantenersi esperti

Ti sei mai chiesto perché Holmes si porta appresso Watson? Io l’ho fatto spesso, molto prima di leggere il libro della Konnikova. Quando leggevo le opere di Doyle o vedevo la serie tv Sherlock mi domandavo perché uno come Holmes avesse bisogno di un sempliciotto come Watson.

Mi chiedo anche spesso come gli insegnanti di matematica o fisica riescano a risolvere complicati problemi della loro materia in pochi minuti: come ricordano tutte quelle formule e tutti quei procedimenti?

La risposta è nella vecchia pratica dell’insegnamento.

Insegnare qualcosa a qualcuno ci costringe a fare attenzione a quello che facciamo/diciamo/pensiamo. Ci costringe a concentrarci su ciò che per noi ormai è un’abitudine, ci costringe a migliorarci maneggiando sempre gli elementi fondamentali della nostra materia di studio (o del nostro lavoro).

Holmes spiega a Watson come arriva a risolvere i casi, proprio come un insegnante di matematica spiega ogni giorno la materia ai suoi alunni.

È lo stesso metodo che suggeriva il grande fisico Richard Feynman: spiegare agli altri in modo semplice la nostra materia di studio per vedere se davvero l’abbiamo capita e per mantenerci in forma.

Nei precedenti articoli di questa serie ti avevo già suggerito di usare questo metodo, se ricordi. In mancanza di qualcuno a cui poter spiegare i nostri ragionamenti, possiamo metterli per iscritto: questo ci aiuterà a focalizzarci su ciò di cui siamo poco sicuri e a individuare gli errori; terrà la nostra mente attiva e sveglia.

Ma c’è un’altra ragione per cui Watson è fondamentale per Holmes (o gli alunni per gli insegnanti): Watson funge da promemoria a Holmes degli errori di ragionamento che gli esseri umani non abituati al pensiero attivo e razionale fanno.

Ogni volta che Holmes invita Watson a fare deduzioni su un caso e il dottore sbaglia, questo ricorda a Holmes gli errori che non vanno fatti. Proprio come un insegnante di matematica che vede un alunno sbagliare procedimento nella risoluzione di un problema ^_^

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Watson sembra un personaggio inutile ma in realtà senza di lui Holmes avrebbe parecchi problemi a risolvere i casi e a mantenere attivo il proprio pensiero.
Pratica intenzionale

Joshua Foer, sempre nel suo saggio L’arte di ricordare tutto, racconta come è riuscito ad arrivare a vincere la U.S.A. Memory Championship. Mentre si allenava a migliorare la sua memoria a un certo punto si ritrovò nello stadio autonomo e non vide più miglioramenti sostanziali. Riusciva a memorizzare un mazzo di carte in un minuto e qualcosa circa, ma avrebbe gareggiato contro gente che memorizzava mazzi in meno di 40/50 secondi.

Aveva bisogno di capire come migliorare, come poter superare i propri limiti. Contattò K. Anders Ericsson e scoprì che il trucco per superare lo stadio autonomo e i propri limiti era quello della pratica intenzionale.

Sulla pratica intenzionale farò degli articoli a parte, qui molto in breve ti dico che consiste nell’esercitarsi volutamente e costantemente in modo diretto e mirato con gli aspetti con cui si ha difficoltà della propria materia di studio/apprendimento. Ciò ti permette di apprendere sempre cose nuove e di rimanere nello stadio cognitivo.

Per citare Foer:

La caratteristica che distingue l’esperto dal dilettante è la sua tendenza a impegnarsi in un esercizio quotidiano molto diretto ed estremamente mirato, che Ericsson ha definito «pratica intenzionale». Avendo studiato i migliori in assoluto in tanti settori, [Ericsson] ha scoperto che chi ottiene massimi risultati di solito segue più o meno lo stesso modello. L’esperto elabora una serie di strategie per evitare lo stadio autonomo. Si concentra sulla tecnica, non perde mai di vista l’obiettivo finale e ha un feedback immediato e costante sulle sue prestazioni. Insomma, fa in modo di rimanere sempre allo «stadio cognitivo». […] La pratica intenzionale deve essere, per sua natura, difficoltosa.

Quindi per rimanere esperti in un settore non conta quanto tempo dedichiamo a un’attività ma la qualità degli esercizi che facciamo.

Gli studi hanno dimostrato che in nessuna attività, fisica o intellettuale, la quantità di tempo che un individuo le dedica è garanzia della sua abilità nello svolgere quell’attività. Se giochi a scacchi da vent’anni esercitandoti a merda, rimarrai un giocatore mediocre. Se giochi a calcio come un dilettante per dieci anni, rimarrai un dilettante.

Conta come ci si esercita più che quanto. Come spesso accade è sempre meglio la qualità che la quantità.

Ma esercitarci e basta è solo metà del lavoro. Occorre anche che sbagliamo, che commettiamo errori e ci osserviamo mentre li facciamo: solo così possiamo imparare a non commetterli più.

Utile in tal senso è tenere un diario o una tabella degli errori che commettiamo quando ci dedichiamo a qualsiasi cosa (giocare a scacchi, giocare a un gioco di carte, praticare uno sport, scrivere, prendere decisioni sentimentali, ecc.) e poi controllarla periodicamente per vedere quali errori si ripetono, in quali circostanze, e intervenire per correggerli. Questo vuol dire migliorarsi. È lo stesso trucco usato da Foer per imparare a memorizzare più velocemente i mazzi di carte.

Esercitarsi a commettere errori secondo Ericsson è il modo migliore per uscire dallo stadio autonomo e migliorare le proprie capacità perché ci fa mantenere un certo grado di controllo cosciente mentre lavoriamo.

In poche parole dobbiamo continuare a fare attenzione quando facciamo qualcosa. Come ho ribadito più volte in questa serie di articoli, l’attenzione cosciente è la principale alleata del Pensiero Attivo, e anche del miglioramento personale.

Come puoi vedere, per diventare esperti in qualcosa e mantenersi al top della forma occorre sempre mantenersi flessibili mentalmente, curiosi, attenti, e motivati a imparare. Poi bisogna unire tutto questo alle varie tecniche comportamentali come quella di spiegare agli altri i nostri ragionamenti, annotare i nostri errori, esercitarci in modo mirato e costante, ecc.


Ok, facciamo un recap di quanto detto finora:

  • Un esperto è colui che possiede una vasta libreria di chunk sulla sua materia di studio (o lavoro) a cui attingere. Holmes ha una vasta libreria di chunk sul crimine, un maestro di scacchi ce l’ha sugli scacchi.
  • Gli esperti letteralmente vedono ciò di cui si occupano in modo nettamente diverso da un principiante. Per Holmes la scena di un crimine appare diversa da come appare a un principiante, proprio come una scacchiera e i suoi pezzi appaiono differenti a un maestro di scacchi e a un dilettante.
  • L’esperto si concentra sull’informazione davvero importante e sa come sfruttarla al meglio.
  • Un esperto è colui che conosce l’importanza di continuare ad apprendere sempre più cose nuove del suo settore e di fare pratica con gli aspetti più difficili del suo campo.
  • Quando apprendiamo qualcosa di nuovo passiamo attraverso tre stadi: cognitivo, associativo e autonomo. Lo stadio cognitivo è la fase iniziale, quando siamo ancora inesperti; quello associativo corrisponde alla fase intermedia in cui ce la caviamo bene e facciamo pochi errori non gravi; quello autonomo è la fase finale dove ci sentiamo così sicuri di noi che tutto inizia a diventare automatico.
  • La memoria esplicita riguarda tutti quei ricordi che siamo in grado di riportare a comando alla mente consapevole (data di un evento, una cosa studiata, ecc.); quella implicita invece riguarda ciò che siamo capaci di fare (l’esperienza), quindi cose che facciamo in automatico (andare in bicicletta, allacciarsi le scarpe, ecc.) senza pensarci consapevolmente.
  • Più apprendiamo e facciamo pratica, più ci spostiamo dalla memoria esplicita a quella implicita.
  • Quando ci troviamo nei primi due stadi dell’apprendimento, il nostro cervello rilascia molta dopamina per gratificarci: più impariamo e vediamo buoni risultati, più ci sentiamo gratificati. Ma quando raggiungiamo lo stadio autonomo finisce tutto perché abbiamo pochissime scariche di dopamina.
  • Gli esperti una volta che sentono di aver raggiunto le vette del loro settore smettono di innovarsi, tendono alla pigrizia.
  • Bisogna addestrare il cervello ad andare oltre la gratificazione immediata e abbracciare l’incertezza del futuro trovandola di per sé gratificante.
  • Rimanere bloccati allo stadio autonomo è un problema perché facciamo le cose in automatico, cioè senza prestare attenzione, e quindi commettiamo errori gravi.
  • L’eccesso di sicurezza è un nemico degli esperti e del Pensiero Attivo.
  • L’eccesso di sicurezza aumenta all’aumentare della difficoltà del compito, con la familiarità del compito, quando abbiamo molte informazioni su qualcosa, quando siamo noi ad agire.
  • Per sfuggire all’eccesso di sicurezza bisogna continuare a imparare.
  • Il nostro cervello non smette mai di imparare.
  • Il cervello continua a imparare anche se noi smettiamo di farlo volutamente: si lascia andare a un apprendimento passivo. Ogni volta che impara qualcosa di nuovo inizia piano piano a eliminare altre cose che abbiamo imparato in precedenza, senza il nostro permesso. Per questo è fondamentale continuare a imparare attivamente.
  • Imparare mantiene sveglia la nostra mente e impedisce al Sistema Watson di prendere il comando, anche se ha imparato a pensare come il Sistema Holmes.
  • Possiamo mantenerci esperti in un campo facendo due cose: insegnando agli altri e facendo “pratica intenzionale”.
  • Insegnare qualcosa a qualcuno ci costringe a fare attenzione a quello che facciamo/diciamo/pensiamo. Ci costringe a concentrarci su ciò che per noi ormai è un’abitudine, ci costringe a migliorarci maneggiando sempre gli elementi fondamentali della nostra materia di studio (o del nostro lavoro).
  • In mancanza di qualcuno a cui poter spiegare i nostri ragionamenti, possiamo metterli per iscritto: ciò ci aiuterà a focalizzarci su ciò di cui siamo poco sicuri e a individuare gli errori.
  • Gli alunni che commettono errori sono un promemoria per i loro insegnanti su cosa evitare per non sbagliare.
  • La pratica intenzionale consiste nell’esercitarsi volutamente e costantemente in modo diretto e mirato con gli aspetti con cui si ha difficoltà della propria materia di studio/apprendimento. Ciò ti permette di apprendere sempre cose nuove e rimanere nello stadio cognitivo.
  • Per rimanere esperti di un settore non conta quanto tempo dedichiamo a un’attività ma la qualità degli esercizi che facciamo. Conta come ci si esercita più che quanto.
  • Per migliorare occorre che sbagliamo, che commettiamo errori e ci osserviamo mentre li facciamo. Utile in tal senso è tenere un diario o una tabella degli errori e poi controllarla periodicamente per vedere quali errori si ripetono, in quali circostanze, e intervenire per correggerli.
  • Esercitarsi a commettere errori è il modo migliore per uscire dallo stadio autonomo e migliorare le proprie capacità perché ci fa mantenere un certo grado di controllo cosciente mentre lavoriamo.
  • Dobbiamo continuare a fare attenzione quando facciamo qualcosa.
  • L’attenzione cosciente è la principale alleata del Pensiero Attivo, e anche del miglioramento personale.

Al solito, se non l'hai ancora fatto, ti consiglio di leggere il libro della Konnikova. È molto bello e interessante, e a differenza dei miei articoli è pensato per un pubblico di massa e tralascia quindi volutamente cose più di nicchia e specifiche di cui invece io parlo. Ti sarà d’aiuto per capire meglio gli articoli di questa serie, e poi le stesse cose dette in modi diversi, da fonti diverse, aiutano a confermare quanto appreso e lo rendono più vero dentro di noi.

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Ci tengo a ringraziare di nuovo Maria Konnikova per il suo magnifico saggio, davvero ben scritto e illuminante. Dovrebbe essere una lettura obbligatoria nelle scuole.

Bene, questa serie di articoli sul Pensiero Attivo si conclude qui!

Spero che ti siano piaciuti e ti siano stati utili. Gli insegnamenti contenuti in questi articoli saranno validi per molto tempo, almeno fino a quando le neuroscienze e la psicologia cognitiva non scopriranno qualcosa di rivoluzionario sul cervello umano. Magari se in questi campi dovessero avvenire scoperte importanti, valuterò di aggiornare questi articoli e segnalartelo.

Ti lascio dicendoti di non disperarti se dovessi trovare difficile applicare quanto ti ho spiegato. CI vorranno anni per diventare esperti nel Pensiero Attivo, proprio come per diventare esperti in qualsiasi altra cosa al mondo. L’unico ostacolo al tuo miglioramento sei tu: ogni volta che la darai vinta al tuo Sistema Watson sarà più difficile fare progressi e vedere miglioramenti.

Parti con calma, applica il Pensiero Attivo solo a un ambito della tua vita in cui sei molto motivato a migliorare e poi piano piano spostalo a tutto il resto.

Ricorda che meno penserai attivamente e razionalmente, più errori farai e più vivrai nell’infelicità. Sì, hai capito bene: questi articoli non sono pensati per vantarti con gli altri di ragionare meglio di loro, ma per permetterti di trovare soluzioni in modo razionale e attivo ai problemi della tua vita quotidiana. Li ho scritti proprio per renderti più consapevole di come funziona il tuo cervello e come sfruttarne al meglio le sue capacità nella vita di ogni giorno.

È stato un viaggio molto lungo nella mente di Sherlock Holmes e nella nostra, un viaggio che personalmente ho trovato molto bello e interessante. Spero sia stato lo stesso per te ^_^

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