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Ottimismo Flessibile: Come e Perché È Importante Svilupparlo

Questo articolo sull’ottimismo flessibile avrei dovuto scriverlo e pubblicarlo a febbraio del 2019. Ma avevo altri articoli più urgenti da scrivere e alla fine sono riuscito a inserirlo questo mese.

Nell’articolo parlerò anche di pessimismo perché entrambi gli argomenti sono collegati. Possiamo dire che sono le due facce della stessa medaglia e non si può parlare bene di uno senza parlare dell’altro.

Perciò, vedremo insieme perché l’ottimismo è stato scelto durante il processo evolutivo, perché è da preferire al pessimismo, e vedremo i benefici che comporta a livello mentale, di salute fisica, a livello economico e sociale. Ne vedremo anche i lati negativi, ovviamente. E lo stesso sarà per il pessimismo. Parlerò anche di come è possibile cambiare il proprio modo di pensare da pessimista a ottimista e di come possiamo sviluppare un “ottimismo flessibile” (spoiler: non è una forma folle di ottimismo, ma un ottimismo “realista” che usa anche il pessimismo quando è necessario).

Le fonti che userò in questo articolo sono due saggi: Imparare l’ottimismo di Martin Seligman, famoso psicologo che ha studiato l’ottimismo per decenni, e Ottimisti di natura di Tali Sharot, famosa neuroscienziata cognitiva.

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La copertina dell'edizione italiana del libro di Seligman. Non è che trasmetta così bene l'idea di ottimismo, ma vabbè...

Bene, cominciamo!


Apprendere l’impotenza

Per capire come differiscono pessimismo e ottimismo, dobbiamo prima di tutto capire cosa porta le persone a pensare in modo pessimista. Ed è qui che entra in gioco l’impotenza.

Sentirsi impotenti psicologicamente significa pensare che qualsiasi cosa facciamo non ha effetto su quanto ci accade.

La nostra vita inizia nell’impotenza totale: quando siamo neonati dipendiamo totalmente da chi ci accudisce. Crescendo impariamo sempre di più a essere indipendenti e ad esercitare controllo su quanto ci accade: impariamo a guadagnarci da vivere, a gestire le relazioni con gli altri, a scegliere che hobby praticare, ecc.

Il nostro pensiero influisce su questi aspetti della nostra vita. Quando pensiamo a qualcosa usando pensieri come “Non ho controllo sugli eventi, tutto quello che faccio non ha alcuna importanza”, ci lasciamo pervadere dall’impotenza e lasciamo il controllo totale agli altri. Così finiamo col farci dominare in una relazione dal nostro partner oppure a lavoro ci facciamo prevaricare dai colleghi.

Purtroppo possiamo apprendere l’impotenza durante la nostra vita. A dimostrarlo è stato Seligman con un suo famosissimo esperimento sui cani.

L’esperimento funzionava così: Seligman divideva i cani in tre gruppi. Il primo gruppo veniva sottoposto a una scossa che poteva interrompere premendo un pannello col naso; il secondo non poteva in alcun modo interrompere la scossa; il terzo non veniva sottoposto ad alcuna scossa. I cani venivano poi portati in un box diviso in due comparti da una barriera e sottoposti di nuovo a una scossa, che però potevano evitare saltando oltre la barriera.

Seligman scoprì che i cani del primo gruppo e del terzo scampavano alla scossa saltando la barriera mentre quelli del secondo gruppo, che avevano imparato che la scossa era inevitabile, rimanevano fermi a subirla.

Che cosa era successo ai cani del secondo gruppo?

Semplice: avevano appreso l’impotenza, cioè l’inutilità delle proprie azioni. Secondo loro la scossa non si sarebbe fermata in alcun modo, perciò trovavano inutile fare qualsiasi cosa che non fosse subirla.

Seligman scoprì anche altre due cose: primo, che un terzo dei cani del secondo gruppo non rimaneva impotente e saltava oltre la barriera; secondo, che un decimo dei cani del terzo gruppo rimaneva nel box pur non avendo subito precedentemente alcuna scossa. Gli stessi risultati li ebbe Donald Hiroto applicando quanto fatto da Seligman direttamente sugli esseri umani.

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Ecco una rappresentazione semplificata dell'esperimento di Seligman coi cani. Curiosità extra: Seligman adora i cani ed era molto combattuto sul fare esperimenti su di loro, tant'è che prima di imbaccarsi in questa avventura si è rivolto a un suo professore di filosofia ed etica per farsi consigliare. Evito di parlarne qui perché non è l'argomento dell'articolo, perciò leggete il libro di Seligman se volete saperne di più a proposito.

Perché accadeva questo ad alcuni soggetti?

Seligman scoprì col tempo che il cane (o l’umano) che saltava nonostante avesse appreso che la scossa ricevuta fosse inevitabile era ottimista: di fronte alla difficoltà non si arrendeva e cercava di superarla. Il cane (o l’umano) che rimaneva nel box a subire la scossa nonostante prima non ne avesse ricevuta nessuna era pessimista: di fronte alla difficoltà si arrendeva subito.

Seligman si chiese anche se fosse possibile difendere i cuccioli di cane dall’apprendere l’impotenza insegnando loro fin da piccolissimi che potevano avere il controllo di quello che gli accadeva.

Lo era.

I cuccioli di cane che avevano imparato che le loro azioni influenzavano gli eventi erano immuni da adulti all’apprendimento dell’impotenza.

Questo ci fa capire come fin da bambini è fondamentale per noi umani imparare che le nostre azioni possono cambiare le cose (nei limiti del possibile). L’alternativa è ridurre i nostri bambini da adulti come i cani impotenti di Seligman: dei pessimisti che da grandi si arrenderanno a ogni minima difficoltà, finendo spesso col cadere in depressione.

Io sono stato uno di questi. Sono nato e vivo a Catania, in Sicilia. Vivo nella terra del pessimismo per eccellenza, dove niente cambia sul serio. Sono cresciuto in una famiglia pessimista al massimo. E sono stato un pessimista cronico fino a quando non ho iniziato a studiare psicologia da autodidatta. Il pessimismo ha distrutto buona parte della mia vita, di cui sto mettendo insieme i cocci solo da pochi anni grazie a terapie come la REBT e alle letture di saggi come quello di Seligman e della Sharot. Potete capire come questo argomento mi tocchi molto direttamente.

Comunque, non siamo qui per parlare di me. Torniamo a noi!

Come abbiamo visto, l’impotenza appresa ci spinge a pensare che non possiamo fare nulla per cambiare gli eventi. In poche parole, ci insegna a vedere solo il lato negativo di ogni cosa. Che è proprio quello che fa un modo di pensare pessimistico.

Vediamo ora proprio i pregi e i difetti del pessimismo.

Pessimismo: pregi e difetti

Il pessimismo è un modo di pensare a ciò che ci accade in chiave perlopiù negativa. Il pessimista pensa che le cose brutte durano per sempre, rovinano ogni cosa e sono conseguenze di colpe proprie. Questo lo porta ad arrendersi facilmente e poi alla depressione. Ha più probabilità di fallire, di trovare lavori peggiori e di ammalarsi più facilmente.

Tali Sharot dice pure che i pessimisti sono anche persone che assumono comportamenti più rischiosi come bere, fumare, rubare, drogarsi, ecc., e tendono a morire in modo tragico più spesso (morti violente, per incidenti, ecc.) perché sono convinti di non avere un granché da perdere.

Inoltre, sempre Tali Sharot ci spiega che il pessimismo usato in modo difensivo, cioè per difenderci emotivamente dagli esiti negativi di qualcosa, non funziona per niente. Nel suo saggio cita uno studio del 2000 fatto da J.D. Brown e M. A. Marshall in cui degli studenti che non si aspettavano di avere un buon risultato in un esame di psicologia, quando hanno scoperto di aver fallito come avevano previsto, si sono sentiti frustrati proprio come chi si aspettava di andare bene.

Il pessimista crede che siccome a giudicarsi è lui stesso, il suo giudizio sia infallibile.

Ma come vedremo più avanti il nostro giudizio sulla realtà e noi stessi è totalmente falsato perché proviene da cattive abitudini di pensiero e false credenze che abbiamo sviluppato per vari motivi fin dall’infanzia, proprio come spiegano tutte le moderne terapie psicologiche cognitivo-comportamentali e molti studi neuroscientifici. Quando ci giudichiamo non siamo più affidabili di un tizio a caso per strada che non ci conosce a cui chiediamo un giudizio su noi stessi.

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"Sono un pessimista semplice: mi lamento in continuazione dicendo che la mia vita fa schifo, sono un fallito, sono brutto, nessuno mi ama, e bla bla bla..."

Ma se il pessimismo sembra offrire solo svantaggi, perché durante l’evoluzione della nostra specie non è stato eliminato dalla natura?

In realtà, il pessimismo serve all’umanità per due motivi precisi.

Il primo motivo è che sta alla base del realismo. Come vedremo più avanti, l’ottimismo per quanto sia utile ci restituisce una visione della realtà poco realistica. Al contrario un pessimismo moderato ce la fa vedere per com’è veramente.

Quando il fallimento o ciò che ci accade è oggettivamente negativo e irreversibile, non serve a niente guardarlo in modo più ottimista. Ci sono situazioni in cui essere pessimisti e più utile che essere ottimisti: se la vostra azienda perde soldi da anni, continuare a investire sperando in un recupero del denaro è da pazzi; se nella vostra relazione sentimentale vi ritrovate a litigare continuamente col partner, a farvi male a vicenda in tutti i modi possibili, continuare a stare insieme sperando in giorni migliori non è la scelta giusta. Certe volte è giusto arrendersi e passare ad altro.

Il secondo motivo è che il pessimismo a livello evolutivo è stato fondamentale. I nostri antenati vivevano in un mondo molto più ostile del nostro: attraversare una foresta nuova poteva essere pericoloso; mangiare qualcosa di sconosciuto poteva ucciderti; non mettere cibo da parte in previsione di una carestia significava morte. Chi era pessimista riusciva a sopravvivere più a lungo e quindi a riprodursi.

Inoltre, l’adulto pessimista si preoccupa di più per i propri bambini e si organizza meglio per farli sopravvivere.

Più avanti nell’articolo parlerò di come un pessimista tende a spiegare a sé stesso gli eventi positivi/negativi usando uno stile preciso. E vedremo anche come fa l’ottimista. Ora invece vediamo insieme come funziona l’ottimismo.

I pregi dell’Ottimismo

Intanto vediamo insieme i pregi dell’ottimismo. Più avanti ne vedremo i difetti basandoci soprattutto sul saggio della Sharot, dove non a caso l’ottimismo è trattato come un pregiudizio/bias che ha i suoi pro e i suoi contro.

Iniziamo col dire che l’ottimismo non consiste nel vedere il mondo in chiave “positiva” ma attraverso un pensiero non-negativo. L’ottimismo è il modo in cui affrontiamo le affermazioni negative che elaboriamo nella nostra mente. Non è assolutamente fare vuote affermazioni positive (ci tornerò in dettaglio più avanti, quando parlerò dello stile esplicativo).

In poche parole, l’ottimista pensa che gli eventi negativi non durano per sempre, non rovinano tutto e non sono conseguenze di colpe sue. L’ottimista crede che la sconfitta sia temporanea e circoscritta a un evento specifico. Se fallisce, la colpa è della sfortuna o degli altri. Percepisce l’avversità come una sfida e non contempla di arrendersi.

Gli ottimisti hanno quindi meno probabilità di fallire, rendono meglio nello studio, nello sport e nel lavoro. Migliorano continuamente quando si dedicano a qualcosa perché sono più persistenti. Se falliscono, provano solo una lieve demoralizzazione e si riprendono in fretta.

Chi è ottimista pensa di avere più controllo sugli eventi, anche quando non è vero.

La loro salute è nettamente migliore dei pessimisti, invecchiano molto bene e vivono anche più a lungo. Seligman fa delle ipotesi su come il pensiero ottimista (e pessimista) influenzi il sistema immunitario, ma non essendo io un medico preferisco lasciare questo aspetto a chi ne sa più di me.

Comunque, l’ottimismo influenza la salute anche in modo meno diretto: l’ottimista è più propenso a fare controlli e richiedere supporto medico, incappa in meno eventi negativi (che è stato dimostrato peggiorano la nostra salute) e sviluppa spesso una vasta rete sociale che lo supporta sia emotivamente sia in modo più concreto quando si ammala (e ciò lo aiuta molto nel processo di guarigione).

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Quando ho cercato immagini per questo articolo a tema ottimismo mi sono spuntate solo foto di gente in pose stupide come la tipa di questa foto. Perciò ve le beccate pure voi perché non ho trovato di meglio.

Visti i vantaggi che offre, è ovvio che durante il processo evolutivo la natura abbia sviluppato l’ottimismo di pari passo col pessimismo. Ma scendiamo più nel dettaglio e vediamo insieme il ruolo chiave che l’ottimismo ha giocato (e gioca ancora) nell’evoluzione umana.

Il ruolo dell’ottimismo nell’evoluzione umana

L’ottimismo è stato fondamentale a farci evolvere per due motivi.

Primo motivo: noi umani siamo l’unica specie al momento conosciuta in grado di viaggiare mentalmente, cioè in grado di fare avanti e indietro nel tempo e nello spazio nella nostra mente. Questa è una caratteristica fondamentale per evolversi come specie perché permette di fare piani accurati che danno benefici sul lungo tempo.

Ma il viaggio mentale ci fa anche immaginare la nostra morte e ciò, in teoria, avrebbe dovuto portare la nostra specie a estinguersi perché ci fa formulare pensieri del tipo: “Che faccio a fare qualsiasi cosa se devo morire?”

E qui entra in gioco l’ottimismo.

La natura ce lo ha fornito per farci vedere il futuro più roseo e allontanare la disperazione devastante derivata dal sapere che prima o poi moriremo.

Sì, è vero, dobbiamo morire tutti, ma nel frattempo possiamo goderci il viaggio. E possiamo farlo proprio perché esiste l’ottimismo che ci fa credere che, a dispetto di tutto, il nostro futuro sarà luminoso e migliore del presente. Anche se tutto questo dovesse rivelarsi solo un’illusione.

Senza questa inclinazione ottimistica che ci fa avere false credenze sul futuro, restituendocene una versione molto“soft”, il viaggio mentale come capacità sarebbe stata scartata durante l’evoluzione. Senza viaggio mentale non avremmo potuto evolverci ai livelli attuali perché non saremmo stati in grado di immaginarci nel futuro e di pianificare. È un gatto che si morde la coda: senza viaggio mentale non avremmo l’ottimismo, e senza l’ottimismo non avremmo il viaggio mentale. Senza entrambi saremmo ancora scimmie che saltano da ramo a ramo.

Secondo motivo: per progredire come specie abbiamo bisogno di poter immaginare realtà alternative migliori di quella attuale che siano possibili. Ed è questo proprio quello che fa l’ottimismo: se pensassimo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, che niente cambierà per noi e la vita rimarrà il solito inferno pieno di dolore, caos e incertezza, finiremo dritti dritti nella depressione o, nei casi estremi, in manicomio.

Perciò è ovvio che la natura ci abbia dotati dell’ottimismo, così come ha fatto con il pessimismo. Solo l’azione simultanea di entrambi a correggersi a vicenda ci permette di realizzare così tante cose: grazie all’ottimismo capiamo quando vale la pena rischiare e grazie al pessimismo capiamo quando è meglio ritirarci/difenderci.

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L'uomo deve poter sognare di vivere in realtà alternative migliori, come quella in cui i nazisti hanno vinto la Seconda guerra mondiale e si sono spartiti gli USA con il Giappone. Voglio dire, chi non vorrebbe vivere in una realtà così, eh?... Comunque sì, sto parlando della trama del romanzo di Philip K. Dick "La svastica sul Sole". Ci hanno pure fatto una serie tv, "The Man in the High Castle", di cui vi consiglio la visione delle prime due stagioni perché non sono male (devo ancora vedere la terza) ^_^

Ma l’ottimismo, soprattutto quello più estremo, ha i suoi difetti proprio come il pessimismo.

I difetti dell’ottimismo

Come abbiamo visto finora, l’ottimismo offre sicuramente dei vantaggi enormi e quindi va coltivato adeguatamente. Tuttavia, ha anche i suoi svantaggi.

Ecco i 5 difetti più pericolosi dell’ottimismo:

  • Gli ottimisti non percepiscono la realtà correttamente perché la vedono meglio di com’è. Sono le persone pessimiste e depresse a valutare in modo corretto la realtà, mentre gli ottimisti tendono a distorcere la visione in modo che tutto appaia in una luce migliore. In certe situazioni, ciò può causare gravi problemi: un ottimista sfrenato può investire i risparmi di una vita in un’operazione finanziaria che potrebbe portarlo alla rovina economica, può intestardirsi sul continuare a lavorare su un progetto fallimentare, e così via. Per sfuggire a questa trappola, è utile chiedersi quanto costa fallire: se il costo è troppo elevato, allora è meglio lasciar perdere l’ottimismo in questa occasione.
  • L’ottimista finisce spesso col scaricare le proprie responsabilità sugli altri e trova difficile assumersi la colpa (ci tornerò dopo quando parlerò dello stile esplicativo ottimistico).
  • L’ottimismo in alcune culture funziona e in altre no. Seligman riporta diversi esempi a proposito: difficilmente un inglese vedrebbe un assicuratore ottimista che continua a infastidirlo di buon occhio; un giapponese non sopporterebbe chi accusa sempre gli altri dei propri fallimenti; un popolo mite e prudente difficilmente vedrebbe di buon occhio un leader troppo ottimista.
  • Gli ottimisti vedono il futuro roseo nonostante le delusioni avute in passato e ciò può portare a sottostimare gli esiti negativi di qualcosa che hanno già affrontato. Se escono da una brutta esperienza universitaria alla facoltà di matematica, penseranno che magari andrà meglio a ingegneria. Sorpresa: probabilmente faranno schifo anche a ingegneria, visto che anche in questa facoltà la matematica è fondamentale.
  • L’ottimismo non ci fa usare le informazioni correttamente. Tali Sharot ha condotto un esperimento a proposito studiando l’attività cerebrale dei partecipanti. A dei volontari chiedeva di stimare le probabilità di incappare in certi eventi negativi e poi presentava loro le probabilità in media che aveva una persona nel mondo sviluppato di incappare in questi eventi. Scoprì che se il volontario aveva dato una stima più bassa rispetto a quella statistica effettiva, non aggiornava l’informazione coi nuovi dati e quindi la ignorava. Per esempio, se Giovanna stimava intorno al 25% la possibilità di beccarsi il cancro ai polmoni, se poi veniva a scoprire che era invece del 50%, non aggiornava l’informazione e la ignorava. Al contrario se la probabilità statistica era più bassa della stima fatta dal volontario, l’aggiornamento avveniva. Perciò chi è eccessivamente ottimista deve prestare attenzione a come usa le informazioni che confutano la sua visione delle cose perché utilizzandole male, o ignorandole direttamente, potrebbe avere dei problemi.

Visti i difetti dell’ottimismo, la Sharot non a caso ne parla presentandolo come un bias cognitivo. Dei bias e cosa sono, ne ho parlato approfonditamente in questa serie di articoli e ti consiglio di leggerli perché sono molto interessanti.

Qui mi limito a dirti che un bias cognitivo è un pregiudizio che scatta automaticamente nel nostro cervello quando elaboriamo informazioni, situazioni o eventi.

Il cervello adopera i bias perché sono delle “scorciatoie” (nel settore sono chiamate euristiche), cioè processi di pensiero automatici che permettono di elaborare e semplificare la realtà che ci sta di fronte.

Un esempio è il classico bias della conferma: noi tendiamo a cercare informazioni che confermano quanto sappiamo già e tendiamo a ignorare quelle informazioni che ci contraddicono (e spesso nemmeno facciamo lo sforzo di cercarle). Da una parte il bias ci aiuta ad approfondire le nostre conoscenze su qualcosa e a rafforzarle, ma dall’altra ci ostacola dal voler ascoltare versioni contrarie.

Vediamo ora perché la Sharot parla di pregiudizio ottimistico.

L’Ottimismo come Bias Cognitivo

La Sharot definisce il pregiudizio ottimistico come la tendenza a sovrastimare le possibilità di eventi futuri positivi e sottostimare quella di eventi futuri negativi. Quindi questo bias ci restituisce una visione alterata (puramente soggettiva) della realtà, che può essere sbagliata.

È proprio questa aspettativa di eventi futuri felici a renderci, di fatto, felici. Il solo poter immaginare che in futuro ci accadrà qualcosa di buono tiene su il nostro morale nel presente e ci fa impegnare per raggiungere i nostri obiettivi. Inoltre, la Sharot aggiunge che gli ottimisti immaginano gli eventi futuri positivi in modo più vivido e dettagliato e anche più vicini nel tempo rispetto ai pessimisti.

Ora, quando parliamo di fare previsioni future non è che la gente è folle e fa previsioni che non stanno nè in cielo nè in terra. Semplicemente, le nostre aspettative sono un po’ superiori rispetto a quello che il futuro ha in serbo per noi. La maggior parte di noi sa che non diventerà CEO di Apple, non sposerà Scarlett Johansson e non potrà comprare una Lamborghini. Tuttavia speriamo magari di avere una promozione in azienda, di uscire con una ragazza molto bella e intelligente che abbiamo conosciuto a una festa, e di comprare un’auto nuova abbastanza costosa per i nostri standard se riusciamo a estinguere senza problemi il prestito di quella vecchia.

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Mi sono curato così bene con l'ottimismo che oggi credo proprio che prima o poi andrò a letto con Scarlett Johansson. Ne sono così sicuro che scommetto con voi 1000 euro che accadrà davvero ^_^

Ma il pregiudizio ottimistico ci fa fare un passo ulteriore.

Neil Weinstein, che ha inventato l’espressione “pregiudizio ottimistico”, ha dimostrato con una serie di studi che tutti pensiamo che in media ci capiteranno meno cose spiacevoli rispetto agli altri, come perdere il lavoro, divorziare, beccarci un cancro, ecc. Matematicamente è una cazzata: se la maggior parte delle persone crede che le sue probabilità di incappare in un evento negativo è più bassa della media, allora c’è un errore perché non possiamo andare tutti meglio della media. Se no che media sarebbe?

Quindi il bias ottimistico ci illude che le cose andranno bene solo a noi e male agli altri. Per esempio, pensiamo che è più probabile che si becchi un tumore il nostro vicino di casa che noi, che se il nostro paese è in crisi economica noi staremo comunque bene, che se i crimini sono in aumento a noi non capiterà mai niente di male.

Deborah Mattinson in un convegno alla Royal Society of Arts sostenne che ciò è dovuto all’illusione di controllo: se noi crediamo di poter controllare gli eventi, saremmo più ottimisti verso di essi. Per esempio, quando guidiamo noi crediamo di avere meno probabilità di fare un incidente rispetto a quando guida un nostro amico; se dovesse verificarsi una crisi economica spaventosa, ce la caveremo perché di sicuro qualcuno avrà bisogno della nostra conoscenza/esperienza. E così via.

Quando l’ottimismo assume la sua caratteristica di bias può essere quindi molto pericoloso: possiamo sovrastimare la riuscita di un progetto, possiamo sottostimare i rischi di un investimento, e possiamo ignorare la realtà oggettiva perché non ci piace. Perciò occorre stare molto molto attenti per capire quando lo stiamo usando come bias.

Bene, ora che sappiamo pregi e difetti dell’ottimismo e del pessimismo, vediamo come possiamo cambiare il nostro pessimismo in un ottimismo moderato che può esserci utile ad affrontare gli eventi negativi quotidiani.

Per riuscirci dobbiamo cambiare quello che Seligman definisce stile esplicativo.

Stile Esplicativo: cos’è e come cambiarlo per diventare più ottimisti

Lo stile esplicativo è il modo in cui spieghiamo a noi stessi (nella nostra mente) perché accadono gli eventi e regola di fatto l’impotenza.

Uno stile esplicativo pessimistico fa aumentare la tua sensazione di impotenza, al contrario uno stile ottimistico la fa svanire. Il tuo stile quindi può aiutarti ad affrontare le avversità oppure può renderti impotente.

Lo stile esplicativo è un’abitudine di pensiero che abbiamo creato fin da bambini e deriva dalla nostra visione che abbiamo del mondo e del posto che in esso occupiamo.

Dello stile esplicativo fanno parte 3 dimensioni precise:

  • Permanenza = Le conseguenze di un evento positivo o negativo vengono viste come durevoli o temporanee nel tempo.
  • Pervasività = Le spiegazioni che ci diamo di un evento positivo o negativo possono influenzare o no il resto della nostra vita. Possono essere spiegazioni universali o specifiche.
  • Personalizzazione = Attribuiamo il verificarsi di un evento positivo/negativo a noi stessi, o agli altri o a cause esterne.

Esiste uno stile esplicativo per gli eventi positivi e uno per gli eventi negativi, entrambi applicabili sia al pessimismo sia all’ottimismo. Quindi abbiamo in totale 4 tipi di stili.

Vediamoli tutti in dettaglio.

Stile esplicativo pessimistico degli eventi negativi

Prima di tutto, i pessimisti pensano che le cause degli eventi negativi siano permanenti, cioè dureranno per sempre.

Esempi di Permanenza:

  • Non mi riprenderò mai dalla fine di questa relazione.
  • Queste difficoltà economiche che sto avendo dureranno per sempre.
  • Non passerò mai il test perché sono un fallito.

In secondo luogo si danno spiegazioni universali per quanto riguarda la pervasività, cioè se gli capita qualcosa di negativo come essere licenziati pensano che ciò distruggerà tutto il resto della loro vita. Fanno di tutto una catastrofe. Sono vittime del bias cognitivo noto come effetto focalizzazione di cui ho parlato in questo articolo sui bias cognitivi.

In breve, consiste nel concentrarci esclusivamente su una cosa ignorando il resto. Per esempio, diamo eccessiva importanza a un singolo evento che ci accade, esagerandone gli effetti positivi o negativi che avrà sulla nostra vita, dimenticandoci della nostra capacità di adattamento alle nuove condizioni. I pessimisti esagerano la portata che avrà l’evento negativo su di loro e ignorano che noi umani ci adattiamo piuttosto rapidamente e facilmente alle nuove condizioni.

Esempi di Pervasività:

  • Ho perso il lavoro, tutto il resto della mia vita andrà in pezzi.
  • Mia moglie mi ha lasciato, sono un fallimento in tutto.
  • Tutto quello che faccio non ha valore perché sono un fallito.

Infine, per quanto riguarda la personalizzazione, i pessimisti attribuiscono le colpe degli eventi negativi a sé stessi.

Esempi di Personalizzazione:

  • Ho fallito al test perché sono stupido.
  • Quella ragazza non è attratta da me perché sono insicuro.
  • Mia moglie mi ha lasciato perché sono un cattivo marito.

Stile esplicativo pessimistico degli eventi positivi

Il pessimismo non coinvolge soltanto la spiegazione degli eventi negativi ma anche di quelli positivi.

Per quanto riguarda la dimensione della permanenza, un pessimista attribuisce cause temporanee agli eventi positivi.

Esempi di Permanenza:

  • Ho superato il test perché sono stato fortunato ad avere domande facili.
  • Ho battuto a tennis l’avversario perché era stanco.
  • La mia relazione continua bene perché la mia fidanzata per ora si accontenta di uno come me.

Per quanto riguarda la dimensione della pervasività, i pessimisti danno spiegazioni specifiche degli eventi positivi.

Esempi di Pervasività:

  • Quella ragazza era attratta da me solo perché ero ben vestito.
  • A lavoro hanno bisogno di me solo perché non hanno uno migliore con cui rimpiazzarmi.
  • Ho vinto quella gara di ping pong perché la mia racchetta era migliore di quella del mio avversario.

Infine, per la dimensione della personalizzazione, un pessimista attribuisce gli eventi positivi sempre agli altri o a cause esterne.

Esempi di Personalizzazione:

  • Ho vinto la finale solo grazie al supporto dei miei compagni di squadra, senza di loro non ci sarei mai riuscito.
  • L’investimento in quelle azioni è andato bene solo grazie al contributo del mio consulente finanziario.
  • Il mio matrimonio continua a gonfie vele grazie a mia moglie.

Tirando le somme dei due stili pessimistici abbiamo che per i pessimisti tutto quel che è negativo dura per sempre, distrugge tutta la loro vita e si verifica sempre per colpa loro. Se qualcosa va bene, invece, dura poco, riguarda solo un ambito specifico della loro vita ed è merito degli altri o di cause esterne come la fortuna, il caso, ecc.

Come possiamo intuire, per gli ottimisti funziona tutto in modo opposto ^_^

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Classico meme creato da pagine su Facebook e Instagram con uno stile esplicativo molto pessimistico. A me l'umorismo pessimistico piace, eh, ma visto che oggi il pessimismo è dilagante, direi che dovremmo iniziare a diffondere un umorismo più ottimistico.

Stile esplicativo ottimistico degli eventi negativi

Per quanto riguarda la dimensione della permanenza, gli ottimisti pensano che le cause degli eventi negativi siano totalmente temporanee.

Esempi di Permanenza:

  • Mi riprenderò in fretta dalla fine di questa relazione come le altre volte.
  • Troverò un lavoro che mi permetterà di risollevarmi economicamente.
  • Non ho passato il test perché ero stanchissimo.

Si danno spiegazioni specifiche per quanto riguarda la pervasività, cioè se gli capita qualcosa di negativo (come essere licenziati) pensano che ciò non influenzerà il resto della loro vita (nel caso del licenziamento influenzerà solo l’ambito lavorativo).

Esempi di Pervasività:

  • Ho perso il lavoro, ma il resto della mia vita è ancora ok.
  • Mia moglie mi ha lasciato perché non le piacevo sul serio.
  • Non riesco a finire di leggere questo libro perché è scritto male e parla di cose stupide, gli altri libri li leggo sempre senza problemi.

Infine, per quanto riguarda la personalizzazione, attribuiscono le colpe degli eventi negativi agli altri o a cause esterne.

Esempi di Personalizzazione:

  • Ho fallito al test perché era troppo difficile per il livello della nostra classe.
  • Quella ragazza non è attratta da me perché non le piacciono i tipi barbuti.
  • Mia moglie mi ha lasciato perché è una donna troppo insicura.

Stile esplicativo ottimistico degli eventi positivi

Per quanto riguarda la dimensione della permanenza, l’ottimista attribuisce cause permanenti agli eventi positivi.

Esempi di Permanenza:

  • Ho superato il test perché sono abile.
  • Ho battuto a tennis l’avversario perché ho talento.
  • La mia relazione continua bene perché la mia ragazza ha capito che sono unico.

Per quanto riguarda la dimensione della pervasività, gli ottimisti danno spiegazioni universali degli eventi positivi.

Esempi di Pervasività:

  • Quella ragazza è stata attratta da me perché ho molto fascino.
  • A lavoro hanno bisogno di me perché sono abile.
  • Ho vinto quella gara di ping pong perché scelgo sempre le racchette migliori per giocare.

Infine, per la dimensione della personalizzazione, un ottimista attribuisce gli eventi positivi sempre a sé stesso.

Esempi di Personalizzazione:

  • La mia abilità ha fatto vincere la finale alla mia squadra.
  • L’investimento in quelle azioni è andato bene perché ho scelto un ottimo consulente finanziario per consigliarmi.
  • Il mio matrimonio continua a gonfie vele grazie alla mia pazienza e tenacia.

Tirando le somme dei due stili ottimistici abbiamo che per gli ottimisti tutto quel che è negativo dura poco, non impatta su tutta la loro vita e si verifica sempre per colpa degli altri o per cause esterne. Se qualcosa va bene, invece, dura per sempre, può impattare o no positivamente su tutto il resto della loro vita ed è solo merito loro.

Abbiamo già visto i pro e i contro dei due stili di pensiero, perciò non ne parlerò ancora. Invece voglio esaminare brevemente le cause che secondo Seligman ci portano fin da bambini a sviluppare uno stile rispetto a un altro.

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Prima abbiamo visto l'umorismo pessimistico, ora vediamo invece un esempio di inutile frase motivazionale dallo spirito ottimistico. È più difficile trovare esempi visivi di stile esplicativo ottimistico che non siano vagamente motivazionali, ma ci tengo a precisare, come precisano Seligman e la Sharot, che ottimismo e roba motivazionale sono due cose diverse. Come ho detto in precedenza nell'articolo, l'ottimismo è una forma di pensiero non-negativo che s'impara a sviluppare col tempo, al contrario la roba motivazionale è solo frasette fumose per darti la carica sul momento e il cui effetto non dura per niente nel tempo.

Secondo lui ci sono 3 motivi:

  1. Sviluppiamo lo stile esplicativo di nostra madre (o comunque di chi ci alleva). Se la persona che si prende cura di noi adotta uno stile esplicativo pessimistico, allora è molto probabile che svilupperemo uno stile pessimistico. Se adotta invece uno stile ottimistico, allora è probabile che svilupperemo uno stile ottimistico.
  2. Le critiche ricevute dagli insegnanti e dagli adulti possono plasmare il nostro stile esplicativo. Rimproverare un bambino quando sbaglia in qualcosa dicendogli “Non sei bravo” è diverso dal dirgli “Non ti sei impegnato”: la prima critica è molto permanente e pervasiva, mentre la seconda è temporanea e specifica.
  3. Le crisi che affrontiamo durante la vita hanno un forte impatto nel formare il nostro stile esplicativo. Se sono crisi che riusciamo a superare bene, allora svilupperemo uno stile ottimistico (“Niente dura per sempre, il peggio passa”). Al contrario se affrontiamo crisi in continuazione da cui usciamo a stento (o non ne usciamo affatto), svilupperemo uno stile pessimistico (“Non c’è mai fine al peggio”).

Seligman porta diversi studi come prova per dimostrare la validità di questi tre motivi che io evito di descrivere qui perché ne verrebbe fuori un papiro. Leggete direttamente il suo libro se volete approfondire.

Ora che sappiamo tutto quello che c’è da sapere sullo stile esplicativo, la domanda è: possiamo cambiarlo?

La risposta è .

Possiamo cambiare il nostro stile pessimistico in ottimistico. Seligman propone un metodo per riuscirci nel suo saggio, derivato dall’approccio cognitivo-comportamentale di Albert Ellis, il creatore della Terapia Razionale Emotiva Comportamentale (REBT). Seligman è un grande ammiratore di Ellis.

Ora visto che ho dedicato tutta una serie di articoli alla REBT e come funziona in modo specifico, vi rimando a quelli se volete imparare a essere più ottimisti piuttosto che spiegarvi il metodo di Seligman che è una versione depotenziata della REBT.

Io uso la REBT ogni giorno da quando ho iniziato a studiarla anni fa e so per esperienza personale che aiuta moltissimo nel vedere il mondo in modo più ottimistico ma mantenendoti comunque obiettivo e realista. Se non fosse stato per la REBT non avrei sconfitto il pessimismo e la procrastinazione cronica di cui soffrivo e voi non stareste leggendo questo articolo.

Se invece siete tra quelli che pensano che il cambiamento personale non sia possibile, allora smettete di leggere questo articolo. Negli ultimi decenni la psicologia e le neuroscienze hanno proprio dimostrato che è possibile cambiare il nostro modo di pensare.

Comunque, ottimisti e pessimisti hanno una cosa in comune, indipendente dallo stile esplicativo, che può creargli problemi: alcuni tendono a ruminare i propri pensieri.

Il problema della “ruminazione” negli ottimisti e nei pessimisti

Che vuol dire “ruminare i propri pensieri”?

Vuol dire pensare e ripensare la stessa cosa sempre nello stesso modo quasi ossessivamente.

Questo causa lievi problemi ai ruminatori ottimisti e gravi problemi a quelli pessimisti.

il ruminatore pessimista tenderà a ripetersi cose negative che lo porteranno dritto dritto alla depressione. Per esempio, se si sente un fallito potrebbe pensare costantemente cose del tipo “Non riesco in niente perché non valgo nulla… Il mio capo a lavoro mi tratta male perché ha capito che non sono bravo a niente… Non posso accettare di essere così scarso in ogni cosa che faccio…”.

Il rimuginare continuamente a quanto le cose siano negative porta all’impotenza, quindi al pessimismo cronico e infine alla depressione. Le persone che non ruminano tendono a evitare la depressione anche se sono pessimiste.

Le terapie cognitivo-comportamentali servono proprio per aiutare il paziente a evitare di rimuginare sempre sulle stesse cose, oltre che ad avere uno stile esplicativo più ottimistico.

In più Tali Sharot parla anche di studi che hanno dimostrato che pensare troppo alla stessa cosa porta a formulare giudizi meno corretti e ottimali.

Insomma, a rimuginare non si ottiene un bel niente!

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O il tizio sta rimuginando o vuole far esplodere la testa di qualcuno col potere della mente... scegliete voi.

Seligman nel suo saggio propone 3 esercizi per smettere di rimuginare:

  1. Tecnica dello Stop = appena notiamo che torniamo insistentemente sugli stessi pensieri, dobbiamo fare qualcos’altro. Sbattere una mano contro il muro gridando “Stop”, tirare un elastico di gomma che abbiamo al polso fino a spezzarlo, ecc. Fatto questo dobbiamo poi spostare l’attenzione su qualcos’altro: per esempio, possiamo studiare attentamente un oggetto usando tutti e cinque i sensi.
  2. Programmare un periodo della giornata per rimuginare = quando vi accade qualcosa di negativo e non riuscite a smettere di pensarci, dovete dire a voi stessi di fermarvi per pensarci bene in un altro momento della giornata.
  3. Scrivere i pensieri su cui si rimugina = quando notate che avete dei pensieri che vi tormentano, prendetene nota su un foglio così liberate il cervello dal pensarci e vi risulterà più facile ragionarci in seguito a mente serena.

Quindi più pensiamo a qualcosa di negativo, più alimentiamo il nostro pessimismo. Così facendo vedremo il mondo sempre in chiave più cupa, calerà la nostra voglia di impegnarci per cambiare le cose e continueremo a fallire o a vivere eventi negativi.

Di fatto creiamo delle profezie autoavveranti, un fenomeno molto noto in psicologia e nelle neuroscienze. Ne ho già parlato nei miei articoli su come si diventa esperti in qualsiasi cosa usando la pratica intenzionale. Vai a leggerli perché sono molto interessanti.

Vediamo come si applica la profezia autoavverante al pessimismo e all’ottimismo.

Ottimismo e Pessimismo realizzano la Profezia Autoavverante

La profezia autoavverante funziona così: le aspettative delle persone, giuste o sbagliate che siano, influenzano la realtà e possono realizzarsi nei limiti del possibile.

Quante volte avete sentito dire che le donne non sono portate per la matematica? In realtà è una credenza che non ha alcuna base scientifica. Il problema grave è che l’esistenza di questo stereotipo può davvero peggiorare la performance delle donne in matematica proprio a causa del fenomeno della “profezia che si autoavvera”.

Alcune ricerche hanno dimostrato che se delle studentesse prima di un esame di matematica vengono a conoscenza dell’esistenza dello stereotipo sulla matematica, la loro resa nell’esame è effettivamente inferiore. Il solo fatto di essere a conoscenza dello stereotipo le fa agire in modo da sabotarsi da sole e confermarlo. Perciò anche gli stereotipi sono profezie che si autoadempiono.

Anche le convinzioni altrui ci influenzano. In una scuola lo psicologo Robert Rosenthal disse a inizio anno scolastico alle maestre che alcuni alunni erano più intelligenti degli altri, ma era una bugia. A fine anno Rosenthal scoprì che il rendimento scolastico di quegli alunni era notevolmente migliorato e avevano ottenuto punteggi più elevati nel test del QI: gli insegnanti avevano concentrato le loro forze su quegli alunni rendendoli davvero più “intelligenti”, avverando così la profezia.

Non fraintendiamoci: credere in qualcosa non lo rende vero come per magia.

Ma se crediamo fermamente che possiamo diventare dei grandi ciclisti, metteremo in moto una serie di cose che potrebbero portarci davvero a raggiungere le vette del ciclismo: ci alleneremo meglio e seriamente, faremo una dieta corretta senza sgarri, ingaggeremo i migliori allenatori del settore, ecc. Facendo così aumenteremo le nostre possibilità di riuscita, e se avremo successo avvereremo la profezia che avevamo fatto. Tutto qui. Come vedete, la magia non c’entra niente ^_^

La mente quindi ha la tendenza a trasformare in realtà le credenze che ha. E qui ci colleghiamo all’ottimismo e al pessimismo.

Se crediamo che nulla di quello che facciamo ha valore, che tutto ciò che ci accade di male durerà per sempre e che ogni cosa è colpa nostra, finiremo col rendere tutto questo davvero reale. Perciò i pessimisti avverano di fatto delle profezie che in origine sono solo delle loro false credenze sulla realtà.

Se pensi che sei un fallito, aumenti le tue probabilità di fallire in qualcosa perché non ti impegnerai sul serio per non fallire. Se pensi che l’appuntamento con la ragazza che ti piace andrà male come i tuoi appuntamenti precedenti con altre ragazze, probabilmente andrà male perché non farai nulla di diverso rispetto a quanto fatto negli appuntamenti precedenti. E così via.

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Uno schema molto carino che spiega bene come funziona la profezia autoavverante. Devo dire che "Effetto Rosenthal" suona molto più figo e scientifico di "profezia autoavverante", che richiama magari concetti non scientifici come la magia e la superstizione.

Allo stesso modo se crediamo che tutto quello che facciamo ha un impatto sul mondo, che abbiamo valore e che spesso non è colpa nostra se accade qualcosa di brutto, finiremo col rendere tutto questo reale per davvero. Perciò anche gli ottimisti avverano le profezie, che come per i pessimisti in origine sono solo false credenze sulla realtà.

D’altronde, l’ottimismo per definizione è una falsa credenza sul presente e sul futuro, come ho spiegato nella sezione dove ne ho parlato come di un bias cognitivo.

Perciò, se pensi che sei un tipo che ha successo se s’impegna seriamente, aumenterai le tue possibilità di avere successo perché ti impegnerai davvero. Se pensi che l’appuntamento con la ragazza che ti piace andrà bene rispetto a quelli precedenti con altre ragazze, aumenterai la probabilità che sarà un successo perché ti comporterai meglio.

Quindi, smettila di autoadempiere le tue profezie pessimistiche che non ti portano a nulla e inizia a far avverare quelle ottimistiche imparando a pensare in modo più ottimistico!

Comunque, essere ottimista non vuol dire darsi a un ottimismo folle del tipo: “Wow, io sono potentissimo, bellissimo, intelligentissimo e posso realizzare tutto quello in cui credo!1!1!”.

Vuol dire sviluppare quello che Seligman chiama ottimismo flessibile.

Sviluppare un Ottimismo Flessibile

L’ottimismo flessibile consiste semplicemente nel saper bilanciare tra loro una visione ottimistica e una pessimistica della vita.

L’ottimista flessibile non vede gli eventi negativi nella loro luce più permanente, pervasiva e personale. Capisce che l’ottimismo sfrenato ha un costo, e che se questo costo è troppo elevato è meglio non pagarlo ed essere prudenti.

L’ottimista flessibile non rimugina in continuazione e si rapporta alla realtà in modo sano usando i principi delle terapie cognitivo-comportamentali. Sa che la realtà è oggettivamente orrenda, ma non si fa paralizzare da questo e continua a lottare per raggiungere i suoi obiettivi.

Facciamo degli esempi concreti di pensiero ottimista flessibile:

  • Un ottimista flessibile capisce che investire tutti i propri risparmi in un unico progetto incerto che potrebbe dare enormi guadagni è rischioso: quindi investirà i risparmi su più progetti, alcuni dei quali garantiranno dei guadagni minori ma sicuri.
  • Un ottimista flessibile che vive a Bari in un quartiere malfamato e guadagna 700 euro al mese lavorando come meccanico sa che non può aspirare a diventare miliardario e sposare Scarlett Johansson, ma può tranquillamente pensare di poter guadagnare 1000 o più euro al mese cambiando lavoro (o facendo più lavori) e sposarsi con una donna conosciuta a una festa di amici.
  • Un ottimista flessibile che pesa 54 kg per 1.80 m che si iscrive in palestra sa che in un anno non può diventare muscolosissimo e sollevare 100 kg alla panca piana (a meno che non s’imbottisca di steroidi e altra merda), ma può sperare di iniziare a mettere su qualche muscolo dopo un paio di mesi e magari arrivare a fine anno a sollevare 50 kg di panca (se si allena seriamente e segue una dieta fatta bene).

In poche parole, vedere la realtà con le “lenti rosa” (un’espressione che rubo alla Sharot) come fanno gli ottimisti è dannoso tanto quanto vederla con le “lenti grigie” (espressione inventata da me) dei pessimisti.

Imparare a equilibrare ottimismo e pessimismo è fondamentale per vivere una vita più piena e felice.

D’altronde se la natura li ha selezionati entrambi durante l’evoluzione, un motivo ci sarà, no? ^_^

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Ok, a quanto pare devo rinunciare a Scarlet Johansson perchè troppo al di fuori della mia portata. E no, niente 1000 euro per voi.

Ok, non ho altro da aggiungere sull’argomento che ritengo possa esservi davvero utile.

Ora che avete terminato la lettura, spero che abbiate capito l’importanza di sviluppare uno stile esplicativo ottimistico, e quindi un ottimismo flessibile, usando una delle tante terapie cognitivo-comportamentali in giro. Io vi consiglio la REBT perché l’ho provata da me, continuo a usarla ogni giorno e mi trovo alla grande. Vi ricordo di nuovo che sul blog ho dedicato tutta una serie di articoli alla REBT in cui spiego come funziona in dettaglio. Leggeteli, mi raccomando.

Bene, è tutto.

Ci becchiamo al prossimo articolo!