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Diventare Esperti in Qualsiasi Cosa usando la “Pratica Intenzionale” – Parte 2

Nella prima parte dell’articolo ci siamo fermati alla pratica mirata. Abbiamo visto i vantaggi che offre e anche i limiti di cui soffre. A un certo punto esercitarci in modo mirato per migliorare in qualcosa non funziona e ci occorre un qualcosa di più.

Quel “qualcosa di più” è ciò che K. Anders Ericsson nel suo saggio Numero 1 si diventa chiama pratica intenzionale.

Vediamo insieme di cosa si tratta.


Pratica intenzionale

La pratica intenzionale viene definita da Ericsson come una pratica mirata informata.

Perché?

Per due motivi.

Il primo motivo è che la pratica intenzionale per funzionare necessita di esercizi mirati per il singolo individuo assegnati da insegnanti molto capaci che hanno formato esperti in determinati campi (o li hanno studiati). Per far sì che esistano insegnanti di questo tipo, devono esistere esperti che hanno raggiunto in una disciplina un certo livello prestazionale usando metodi che possono essere insegnati ad altri.

Dal primo motivo discende il secondo: la pratica intenzionale è applicabile al suo massimo potenziale in quelle discipline che hanno una tradizione secolare di miglioramento continuo che ha portato alla nascita di molti esperti e quindi di insegnanti capaci (es: scacchi, balletto, tennis, musica, ecc.). Come avevo anticipato nella prima parte dell’articolo, per rientrare in questa categoria, una disciplina deve avere criteri di giudizi oggettivi per farci valutare chi sa fare meglio qualcosa rispetto a un altro e quale programma di allenamento è migliore di un altro.

Per usare le parole di Ericsson:

In particolare, la pratica intenzionale è plasmata e orientata dai risultati ottenuti dagli esecutori migliori e dalla consapevolezza delle azioni intraprese da quegli esecutori per eccellere. La pratica intenzionale è una pratica mirata che sa dove sta andando e come arrivarci.

Come per la pratica mirata, quella intenzionale sprona a uscire dalla zona di comfort, si pone obiettivi specifici e ha bisogno di un feedback immediato da dare all’individuo per fargli capire quando sta sbagliando e quando sta facendo giusto.

I chunk che vengono creati con la pratica intenzionale sono più specifici e di qualità superiore e permettono di sviluppare competenze altamente specializzate che vanno a sostituire le vecchie sempre più obsolete. Lo sviluppo di tali competenze porta a diventare esperti in una determinata disciplina.

Un’altra differenza tra la pratica mirata e quella intenzionale è che quest’ultima richiede la piena attenzione di chi la applica. Chi sta imparando qualcosa deve mantenersi focalizzato sull’obiettivo e non limitarsi a fare quello che dice l’insegnante.

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Gli scacchi sono una delle discipline in cui si può applicare al massimo potenziale la pratica intenzionale. Hanno una tradizione secolare, tantissimi giocatori e insegnanti esperti, offrono feedback immediati, ecc.

Ti riporto le 7 caratteristiche della pratica intenzionale che ti ho riassunto finora usando proprio le parole di Ericsson:

  1. La pratica intenzionale conduce all’acquisizione di abilità che altre persone hanno già capito come acquisire, e per le quali esistono tecniche di apprendimento di comprovata efficacia. Il regime di pratica deve essere progettato e supervisionato da un insegnante o un allenatore che conosca le abilità degli esecutori esperti e sappia come farle acquisire ai suoi allievi.
  2. La pratica intenzionale si svolge al di fuori della zona di comfort, ovvero richiede allo studente di sforzarsi continuamente per svolgere attività che si collocano appena al di sopra del suo livello attuale di abilità. Richiede quindi uno sforzo quasi al massimo, che di solito non è un modo divertente di trascorrere il proprio tempo.
  3. La pratica intenzionale comporta obiettivi specifici e chiaramente definiti, e spesso richiede di migliorare un qualche aspetto dell’esecuzione; non mira a un generico miglioramento complessivo. Una volta fissato un obiettivo generale, l’insegnante o l’allenatore elaborerà un piano per produrre una serie di piccoli cambiamenti che, sommandosi, daranno luogo alla trasformazione generale desiderata. Vedendo migliorare alcuni aspetti delle sue prestazioni, l’esecutore può accorgersi che il miglioramento è dovuto alla pratica.
  4. La pratica intenzionale è, per l’appunto, intenzionale: cioè richiede la piena attenzione e la partecipazione attiva del discente. Non basta seguire le indicazioni di un insegnante o di un allenatore. L’allievo deve concentrarsi sull’obiettivo specifico per adeguare a esso l’attività di pratica, con aggiustamenti in corso d’opera.
  5. La pratica intenzionale richiede la ricezione di un feedback in grado di orientare le esercitazioni successive. All’inizio dell’addestramento gran parte del feedback proverrà dall’insegnante o dall’allenatore, che tiene traccia dei progressi, evidenzia le criticità e propone soluzioni. Con il tempo e con l’esperienza gli studenti devono imparare a monitorarsi da soli, a riconoscere gli errori e a correggerli. A tal fine sono necessarie rappresentazioni mentali efficaci.
  6. La pratica intenzionale al contempo produce e necessita rappresentazioni mentali efficaci. Il miglioramento delle prestazioni procede in parallelo con il perfezionamento delle rappresentazioni mentali; man mano che aumentano le prestazioni, le rappresentazioni si fanno più dettagliate ed efficaci, rendendo così possibili ulteriori miglioramenti. Le rappresentazioni mentali permettono di monitorare la qualità del lavoro sia durante la pratica sia nell’esecuzione. Mostrano la strada giusta e permettono di accorgersi degli errori e di correggere la rotta.
  7. La pratica intenzionale richiede quasi sempre di sviluppare competenze, o di modificare quelle acquisite in precedenza, concentrandosi su aspetti particolari e impegnandosi per migliorarli; con il tempo questo miglioramento graduale condurrà a diventare esperti. Poiché le nuove competenze vanno a sommarsi a quelle già acquisite, è importante che gli insegnanti si assicurino che i principianti assimilino le corrette competenze iniziali, per ridurre il rischio che lo studente debba imparare da capo quelle nozioni fondamentali dopo aver raggiunto un livello più avanzato.

Per la pratica intenzionale, quindi, se non miglioriamo è semplicemente perché non ci stiamo allenando nel modo giusto. Scoprire il modo giusto è la chiave di volta per il successo.

Se ricordi l’esempio del palestrato della prima parte, puoi notare subito perché ha smesso di migliorare con la pratica mirata a un certo punto: non si esercitava seguendo gli insegnamenti dei migliori istruttori del bodybuilding o dei grandi bodybuilder. Ha cercato di migliorarsi da solo informandosi un po’ e facendosi aiutare dall’istruttore della palestra, e a un certo punto si è ritrovato in omeostasi perché né lui né il suo istruttore sapevano come portare il suo corpo al di fuori della zona di comfort. Entrambi non sapevano come impostare un programma di allenamento e una dieta che seguisse i 7 principi della pratica intenzionale perché non erano esperti di bodybuilding.

È chiaro da quanto detto finora che uno dei cardini della pratica intenzionale è quello di imparare dagli esperti del proprio campo in modo da creare chunk sempre migliori da usare. Una volta individuato un esperto, dobbiamo scoprire cosa fa di diverso rispetto agli altri e che lo rende migliore.

Avrai notato come la pratica intenzionale si discosti totalmente dall’approccio classico all’apprendimento.

In quest’ultimo si forniscono le giuste conoscenze allo studente e si spera che agisca in base a esse, al contrario la pratica intenzionale si focalizza unicamente sulle prestazioni e come migliorarle, cioè nell'acquisire competenze (che come abbiamo visto nella prima parte dell’articolo portano direttamente ad acquisire conoscenze). L’approccio classico piuttosto che domandarsi quali conoscenze impartire agli studenti, dovrebbe domandarsi come migliorare le loro competenze.

Ericsson nel suo saggio riporta il successo di un corso di fisica della University of British Columbia creato con il metodo della pratica intenzionale e dice a proposito:

L’esperimento svolto nel corso di fisica alla University of British Columbia offre una road map per ripensare la didattica attraverso gli strumenti della pratica intenzionale: stabilire anzitutto cosa gli studenti debbano imparare a fare. Gli obiettivi insomma devono essere competenze, non conoscenze. Per decidere in che modo insegnare le competenze, occorre esaminare come le apprendono gli esperti. In particolare, è necessario analizzare nel modo più approfondito possibile le rappresentazioni mentali usate dagli esperti, e aiutare gli studenti a svilupparne di analoghe. Ciò richiederà di insegnare la competenza passo per passo, e ogni passo dovrà essere pensato per spingere gli studenti al di fuori della loro zona di comfort, ma non così tanto da rendere insormontabile l’ostacolo. Occorre poi prevedere molta ripetizione e feedback; il ciclo regolare di tentativi, errori, feedback e nuovi tentativi è il modo in cui gli studenti costruiranno le rappresentazioni mentali. Gli studenti devono procedere per tentativi ed errori; ma devono avere accesso a modelli che mostrino loro in cosa consiste il successo.

Vallo a spiegare ai geni che stilano i programmi delle università italiane che stanno praticamente sbagliando tutte cose e rovinando la vita di milioni di giovani.

I laureati si lamentano perché le aziende assumono gente con competenze invece che loro, ma è ovvio che nessun datore di lavoro voglia avere a che fare con dipendenti che non sanno fare nulla di concreto se non dopo anni di formazione che devono pagare loro. I laureati piuttosto di lamentarsi con le aziende, tornino all’università e alle scuole superiori a fare il culo a presidi e professori che li hanno rovinati perché sono capre ignoranti che non sanno come funziona il cervello umano ^_^

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La laurea è un bel traguardo, ma il brutto è quello che viene dopo. Il mondo del lavoro fa a pezzettini i sogni della maggior parte dei laureati perché c'è un totale distacco tra ciò che viene insegnato nelle università e ciò che richiedono le aziende. E a dirla tutta, la maggior parte delle aziende fanno pure cagare...

Ora che sappiamo in cosa consiste la pratica intenzionale, vediamo come impostare un metodo per esercitarci seguendone i principi. Anche se l’ambito in cui vogliamo diventare esperti è nuovo e manca ancora di esperti/insegnanti e metodi di allenamento oggettivamente validi, possiamo ispirarci comunque ai principi della pratica intenzionale per migliorarci.

Creare un programma di esercizio usando la pratica intenzionale

Sebbene ogni attività abbia i propri metodi di allenamento, esercizi, ecc., possiamo applicare senza problemi i principi della pratica intenzionale a tutte quante. I principi sono solo linee guida e poi sta a te, in base all’attività in cui vuoi diventare un esperto, adattarli in modo specifico.

I principi da tenere a mente quando stiliamo un programma di allenamento basato sulla pratica intenzionale sono i seguenti:

  1. Fai un’ora al massimo di pratica al giorno in cui ti concentri e focalizzi totalmente sul migliorare qualcosa in cui sei carente. Il limite di un’ora è fissato perché sappiamo che la concentrazione è una risorsa limitata e che non c’è collegamento tra quantità di tempo dedicata a un’attività e miglioramento. Meglio un’ora di pratica al giorno fatta bene che 10 fatte male dove ti limiti a ripetere quello che fai. Ricorda: non serve a niente fare la stessa cosa a oltranza e distrattamente.
  2. Devi allenarti da solo per affrontare i tuoi punti deboli e migliorarti. L’allenamento in gruppo ti distrae e non ti mantiene focalizzato su quello che devi fare.
  3. Poniti obiettivi brevi e chiari, che sai che puoi realizzare sforzandoti un po’ di più e meglio. Devi uscire dalla tua zona di comfort, ma senza essere sopraffatto. Per esempio, non pensare di sollevare subito 70kg alla panca piana se a stento ne sollevi 20.
  4. Assicurati di dormire a sufficienza e di mantenerti fisicamente in forma.
  5. Fai gli esercizi concentrandoti sul modo esatto in cui agire e sugli errori commessi. Ripetili fino a quando non sarai migliorato. L’obiettivo della ripetizione è scoprire i tuoi punti deboli e superarli.
  6. Fatti assegnare esercizi mirati e specifici per migliorare qualcosa in cui sei scarso da un insegnante esperto. Se non hai un insegnante a cui rivolgerti, creali da te.
  7. Se ti alleni senza un insegnante, ricorda 3 cose importanti: mantieniti focalizzato, fai attenzione ai feedback positivi/negativi e cerca soluzioni. Suddividi l’attività in piccole parti che puoi ripetere e analizzare, scopri i tuoi punti deboli ed elabora soluzioni efficaci per superarli.
  8. Scegli un’ora precisa della tua giornata in cui esercitarti, e allenati sempre a quell’ora ogni giorno. Ricordati che devi allenarti in modo concentrato, quindi scegli un’ora in cui sai che sarai da solo e nessuno ti disturberà.
  9. Quando ti eserciti, fallo simulando nel modo più realistico possibile quello che accadrà nella realtà. Se sei un chirurgo che deve fare un’operazione difficile al cuore di un paziente, cerca di simularla diverse volte nel modo più fedele possibile a come sarà in sala operatoria. Questo è il metodo applicato con successo dal Top Gun per addestrare i piloti americani a combattere durante la guerra del Vietnam in modo che minimizzassero le perdite degli aerei americani e massimizzassero le perdite degli aerei nemici.
  10. Ricordati l’importanza di avere un feedback positivo o negativo dall’attività che stai svolgendo.
  11. Verifica sempre di imparare le cose corrette per creare chunk di qualità e di conseguenza acquisire competenze di qualità molto specifiche.

A grandi linee questo è quello che devi fare se vuoi sfruttare l’efficacia della pratica intenzionale da solo o con un insegnante.

Ma se invece ti ritrovi davanti un programma dato da altri, come fai a valutare se segue o no i principi della pratica intenzionale?

In questo caso Ericsson ci suggerisce di porci le seguenti domande, e se le risposte sono positive allora il programma probabilmente è valido:

  • Questo metodo mi spinge fuori dalla zona di comfort?
  • Offre un feedback immediato sulle mie prestazioni e su come migliorarle?
  • Chi lo ha sviluppato ha identificato gli esperti in quel particolare campo e cosa li distingue dagli altri?
  • La pratica che devo fare è pensata per farmi sviluppare le competenze specifiche possedute dagli esperti identificati?

Mentre farai pratica intenzionale è normale che finirai col bloccarti a un certo punto e non vedrai miglioramenti sostanziali. Quindi vediamo ora insieme come affrontare gli eventuali blocchi.

Come affrontare i blocchi

Quando iniziamo a imparare qualcosa vediamo subito dei miglioramenti, soprattutto se applichiamo la pratica intenzionale. A un certo punto però capita a tutti di bloccarsi e quando avviene pensiamo di aver raggiunto il limite delle nostre capacità.

Ericsson ribadisce diverse volte nel suo saggio che finora alcun limite alle capacità umane è stato trovato dalla scienza, e quindi almeno per ora possiamo pensare che non esistono.

E finora la realtà sembra dare ragione a lui: nuovi record in diverse discipline e sport vengono stabiliti quasi ogni anno, nuovi esperti affiorano nei diversi campi, ecc.

Insomma, per ora possiamo sostenere che nessun ostacolo è insormontabile se applichiamo il giusto metodo per superarlo.

Secondo Ericsson il modo migliore per superare un blocco è quello di sfidare il cervello o il corpo in modi nuovi.

Riprendiamo l’esempio del tizio iscritto in palestra. Mettiamo che non riesce a sollevare più di 100kg alla panca piana. Per riuscirci, potrebbe cambiare esercizi in modo che stimolino da diverse angolazioni i vari muscoli che lavorano per sollevare il peso stando sdraiato sulla panca; o può sviluppare di più un gruppo muscolare in cui è scarso allenandosi in modi nuovi trovati online o facendoseli assegnare da un istruttore esperto; oppure può cambiare qualcosa nella dieta, ecc. I modi per riuscirci sono diversi e occorre ovviamente avere un’elevata competenza nel settore del bodybuilding e dell’alimentazione per assicurarsi di agire nel modo corretto.

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Ecco come vuole diventare il tizio del nostro esempio: una massa orrenda di muscoli che avanza distruggendo tutto quello che incontra.

Ericsson aggiunge che quando svolgiamo un’attività è sicuro che esistono alcuni aspetti in cui siamo più abili e altri in cui siamo più scarsi. Quando arriviamo a un blocco, a frenarci è proprio uno degli aspetti in cui siamo più scarsi. Per scoprire qual è, bisogna semplicemente esercitarci un po’ più del solito.

Per esempio, nel caso del bodybuilder la sua difficoltà nel sollevare più di 100kg alla panca piana può derivare da dei tricipiti meno sviluppati rispetto alla muscolatura del petto e delle spalle. Perciò dovrà sviluppare i tricipiti in modo tale che gli consentano di sollevare più di 100kg alla panca.

Ericsson nel suo saggio riporta l’esempio di superamento di un blocco da parte di Joshua Foer, un giornalista che si stava allenando per il campionato di memoria statunitense del 2006 quando si rivolse a Ericsson per ricevere aiuto. Foer aveva un'enorme difficoltà a migliorare i suoi tempi di memorizzazione dei mazzi di carte (di lui parlo in diversi articoli dedicati alla memoria che puoi trovare qui, qui e qui).

Ericsson gli consigliò di fare questo:

Ho suggerito a Josh che se voleva accelerare il ritmo della memorizzazione delle carte da gioco doveva provare a impararle in meno tempo di quanto ne impiegasse di solito, e poi scoprire da dove provenivano gli errori. Identificando esattamente cosa lo rallentava, avrebbe potuto ideare esercizi per migliorare la velocità proprio in quei punti, anziché mirare a un generico miglioramento complessivo e ridurre così il tempo totale dedicato a un intero mazzo di carte.

Foer applicò il consiglio di Ericsson e vinse il campionato del 2006 con solo un anno di allenamento ^_^

Ma quando le tecniche che abbiamo elaborato per superare un blocco non funzionano, cosa dobbiamo fare?

Dice Ericsson a proposito:

Ecco dunque cosa dovreste fare quando le altre tecniche per superare un blocco non funzionano. Primo, scoprite esattamente cosa vi rallenta. Quali errori commettete, e quando? Spingetevi molto al di fuori della zona di comfort e state a vedere cosa si infrange per primo. Poi sviluppate una tecnica di esercitazione tesa a risolvere quella particolare debolezza. Una volta scoperto qual è il problema forse riuscirete a risolverlo da soli, oppure dovrete chiedere consulenza a un insegnante. In ogni caso, prestate attenzione a cosa succede quando vi esercitate; se non migliorate dovrete tentare qualcos’altro.

Come puoi vedere, basta semplicemente provare altri metodi fino a quando non trovi quello giusto. Niente di più.

È facile mentre ci si allena e ci si imbatte nei blocchi perdere la motivazione. E sulla motivazione voglio spendere qualche parola a parte.

Mantenere la motivazione

Molta gente non diventa esperta in qualcosa non perché non abbia le capacità ma perché si arrende davanti alle difficoltà. In poche parole, perde motivazione e non sa come ritrovarla e mantenerla.

Ericsson dà diversi consigli su come mantenersi motivati mentre si applica la pratica intenzionale.

Il primo è quello di suddividere il nostro obiettivo generale in piccole tappe facilmente raggiungibili. Se vuoi diventare Gran Maestro di scacchi già sai che ci vorranno almeno 10 anni di allenamento intenso e mirato. Questo potrebbe scoraggiarti, perciò farai in modo da suddividere il tuo obiettivo generale in piccoli obiettivi specifici da raggiungere giorno dopo giorno e da cui trarrai piacere ogni volta che li raggiungi.

Il secondo consiglio è quello di convincerci di poter aver successo. La sola convinzione è un’arma molto potente anche perché attiva il fenomeno della profezia che si autoadempie di cui parlerò più avanti nell’articolo.

Il terzo più che un consiglio è una constatazione fatta da Ericsson. Dai suoi studi sugli esperti, ha scoperto che un esperto trova motivazione dall’attività in sé. Una volta che si diventa esperti in qualcosa, riceviamo complimenti dagli altri, ecc., iniziamo a identificarci con quella cosa e a provare piacere nel svolgerla anche quando il gioco si fa duro.

Dice Ericsson:

Gli studi condotti sugli esperti ci dicono che dopo esserci esercitati per un po’ e aver visto i risultati, l’abilità stessa può diventare parte della motivazione. Possiamo andar fieri di ciò che facciamo, trarre piacere dai complimenti degli amici, e il nostro senso di identità cambia. Iniziamo a considerarci una persona che sa parlare in pubblico, o un suonatore di ottavino, o un creatore di origami. Se riconosciamo che questa nuova identità deriva dalle molte ore di pratica, le ore successive iniziano a sembrare più un investimento che una spesa.

La perdita di motivazione può portare a procrastinare qualcosa in cui ci piacerebbe diventare esperti. Io sono stato un procrastinatore cronico per anni e so cosa significa affrontare questo mostro.

Per sconfiggere la procrastinazione, ho sviluppato un intero videocorso basato sulla REBT (Terapia Razionale Emotiva Comportamentale) che ti aiuta a superare questo problema psicologico sia a livello cognitivo, cioè cambiando i tuoi pensieri quando vuoi procrastinare, sia a livello comportamentale, cioè facendoti agire invece di rimandare.

Nel corso ho anche delle sezioni dedicate a come migliorare l’organizzazione della propria giornata, come diventare più produttivi, come creare obiettivi migliori e come cambiare le proprie abitudini. Sono tutte cose basate su studi scientifici del cervello umano, non su vuota fuffa motivazionale o pseudoscienza. Infatti, col corso fornisco anche la bibliografia con tutte le fonti a cui mi rifaccio. Dagli un’occhiata e valuta l’acquisto se vuoi smettere di procrastinare e iniziare a realizzare i tuoi sogni.

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Mantenersi motivati è fondamentale per avere successo in qualcosa. Senza motivazione, cala la nostra attenzione e la nostra voglia di portare a termine le cose. Oggi la motivazione gode di una pessima fama a causa dei motivatori truffatori che hanno ingannato un sacco di persone negli ultimi decenni... ma su questo argomento ci tornerò in futuro.

La motivazione potrebbe essere legata anche alla genetica. Vediamo insieme più nei dettagli come la genetica influenza l’apprendimento e sconfessiamone il mito.

Il mito della genetica nell’apprendimento

Gli studi fatti da Ericsson hanno dimostrato che i geni hanno poco a che fare con il diventare esperti in qualcosa. Infatti, l’unico requisito per diventare esperti è fare tanta pratica intenzionale con il campo di studio o d’allenamento specifico. Niente di più.

La genetica entra in gioco solo in particolari situazioni. Per esempio, in quegli sport dove statura e corporatura giocano un ruolo fondamentale. Se vuoi giocare a basket, difficilmente potrai farlo se sei alto 1,60 m. Allo stesso modo se vuoi fare il salto in alto, avere un’altezza di 1,80 m (poca per il salto in alto) ti mette in svantaggio rispetto a chi è alto 1,90 m e ciò vuol dire che devi allenarti meglio e più duramente per compensare questo handicap (e non è detto che ci riuscirai).

L’altro campo in cui la genetica potrebbe aver effetto secondo Ericsson è nella motivazione, anche se le sue sono solo ipotesi. Magari alcuni di noi nascono con dei geni che ci fanno provare più piacere nel ballare, nel giocare a scacchi, nel risolvere problemi matematici, ecc. Altri potrebbero essere geneticamente inclini a concentrarsi di più e più a lungo, che sono due caratteristiche fondamentali per la pratica intenzionale. Tutto ciò aiuta a mantenerci motivati a fare pratica.

Dice Ericsson a proposito:

È possibile immaginare un certo numero di differenze genetiche di questo tipo. Alcune persone, per esempio, potrebbero essere inclini a concentrarsi di più e per periodi più lunghi; dato che la pratica intenzionale richiede una focalizzazione di questo tipo, quelle persone potrebbero essere più portate di altre alla pratica e quindi trarne maggiore beneficio. Si potrebbero persino immaginare differenze nel modo in cui il cervello risponde alle sfide, sicché la pratica sarebbe più efficace per alcune persone che per altre nel costruire nuove strutture cerebrali e capacità mentale. Per il momento sono solo ipotesi. Ma sembra logico che, se i geni svolgono un ruolo, consiste nel determinare la probabilità che una persona si dedichi alla pratica intenzionale o l’efficacia di quella pratica. Viste così, le differenze genetiche ci appaiono in una luce completamente diversa.

Ericsson non porta prove per suffragare queste ipotesi e quindi io non ho inserito “intervieni sulla tua genetica” tra i metodi per mantenersi motivati. E anche se fosse vero quello che afferma, al momento non è possibile intervenire sui nostri geni per motivarci di più a fare basket, disegnare o giocare a scacchi.

Visto che la genetica svolge un ruolo marginale nell’apprendimento, ne consegue che piuttosto che fissarci sul trovare gente “geneticamente dotata” (o motivata) a fare questo o quello è molto più utile sviluppare metodi di pratica efficaci che portino chiunque a poter diventare un esperto in qualcosa.

Alla luce di quello che sappiamo, la genetica cessa anche di essere una scusa per chi sostiene di non essere capace a fare qualcosa. Non nasci incapace di giocare a scacchi, di risolvere problemi matematici, di tirare un pallone in una porta. Sei solo tu che non hai voglia o interesse a sviluppare queste capacità. I motivi possono essere i più disparati: se sei una donna, ti hanno probabilmente convinto che la matematica non fa per te; se sei un uomo magari ti hanno convinto che ballare è da gay; se sei nato negli USA magari ti hanno convinto che il calcio non è un vero sport. Qualsiasi sia la causa, leggendo questo articolo ora sai che la genetica ha poca o alcuna influenza sul realizzarti nel campo che desideri.

E ora che sappiamo che la genetica è solo una scusa per chi molla o per chi non ha voglia di elaborare sistemi di apprendimento basati sulla pratica mirata/intenzionale, sconfessiamo anche il mito del talento e vediamo come quest’ultimo mette in moto il fenomeno della “profezia che si autoadempie”.

Talento e profezia che si autoadempie

Possiamo definire il talento come un’abilità innata a saper fare benissimo qualcosa, per esempio giocare a scacchi o a calcio. Chi ha talento, in teoria, ha bisogno di allenarsi poco e niente per raggiungere le vette del successo in un campo poiché già di natura è portato ad aver successo in quel determinato campo.

Se hai capito quanto letto finora sai benissimo che queste sono cazzate: il talento è solo un mito.

Se il talento fosse un’abilità innata, allora dipenderebbe per forza dai geni. Ma come abbiamo visto la genetica ha poca influenza sull’apprendimento e sulla formazione degli esperti. Quindi se fosse davvero così, il talento avrebbe pochissima influenza sulle nostre capacità di apprendimento.

Ed è anche falso che non bisogna allenarsi tanto per diventare esperti in qualcosa perché “basta il talento”: tutti i più grandi scacchisti hanno studiato scacchi per anni (alcuni fin da bambini) prima di ottenere il titolo di Gran Maestro; i chirurghi studiano per anni prima di operare e diventare esperti in una particolare operazione; i grandi giocatori di calcio come Ronaldo e Messi si allenano fin da giovanissimi e continuano a farlo ogni santo giorno per mantenersi al top della forma. Se bastasse il solo talento, non avrebbero motivo per allenarsi sempre come dei muli.

Come la genetica, il talento è solo una scusa per chi molla e chi si secca a fare una selezione degli allievi basata su criteri oggettivi in un determinato ambito.

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Una delle massime di King che mi piace di più. Anche se contempla ancora l'idea del talento si concentra di più sul duro lavoro, che è la cosa davvero importante per diventare un esperto in qualcosa.

Inoltre, appellarsi al talento è una cosa pericolosa perché mette in moto il fenomeno della “profezia che si autoadempie”.

La profezia funziona così: le aspettative delle persone, giuste o sbagliate che siano, influenzano la realtà e possono realizzarsi nei limiti del possibile.

Quante volte avete sentito dire che le donne non sono portate per la matematica? In realtà è una credenza che non ha alcuna base scientifica. Il problema grave è che l’esistenza di questo stereotipo può davvero peggiorare la performance delle donne in matematica proprio a causa del fenomeno della “profezia che si autoavvera”.

Alcune ricerche hanno dimostrato che se delle studentesse prima di un esame di matematica vengono a conoscenza dell’esistenza dello stereotipo sulla matematica, la loro resa nell’esame è effettivamente inferiore. Il solo fatto di essere a conoscenza dello stereotipo le fa agire in modo da sabotarsi da sole e confermarlo. Se pensi che una ragazza non ti ama, agirai in modo da non farti amare. Se pensi che domani farai schifo alla gara di nuoto, agirai per fare schifo.

Anche le convinzioni altrui ci influenzano. In una scuola lo psicologo Robert Rosenthal disse a inizio anno scolastico alle maestre che alcuni alunni erano più intelligenti degli altri, ma era una bugia. A fine anno Rosenthal scoprì che il rendimento scolastico di quegli alunni era notevolmente migliorato e avevano ottenuto punteggi più elevati nel test del QI: gli insegnanti avevano concentrato le loro forze su quegli alunni rendendoli davvero più “intelligenti”, avverando così la profezia.

Perciò quando ci appelliamo al talento e scartiamo alcune persone che rispetto ad altre non si mostrano subito più brave in qualcosa, diciamo loro che non sono portate e le incoraggiamo a fare altro. Incoraggeremo quindi le persone “di talento” a proseguire e scoraggeremo le altre. E cosa porta questo? Come nel caso delle donne non portate nella matematica, crea la profezia che si autoadempie.

Per citare Ericsson:

I più impacciati vengono dissuasi dal praticare uno sport, a quelli che non si dimostrano subito intonati si propone di sostituire lo studio della musica con qualcos’altro, e chi non è immediatamente a suo agio con i numeri si sente dire che non è bravo in matematica. E ovviamente le predizioni si avverano: la ragazza alla quale è stato detto di lasciar perdere lo sport non diventa mai brava nel tennis né nel calcio.
[…]
Ecco il risvolto negativo della convinzione che esista il talento innato. Può generare la tendenza a dare per scontato che alcune persone abbiano un certo talento e altre no, e che la differenza si capisca fin da subito. Se la pensate così, incoraggerete e sosterrete i bambini «di talento» e scoraggerete gli altri, creando la profezia autoavverante.

Agendo appellandoci al mito del talento finiremo quindi per perdere gente che con la giusta pratica potrebbe diventare esperta in un campo. Magari dirotti il possibile nuovo Mozart verso la pallavolo dove avrà risultati mediocri, o il prossimo Ronaldo verso l’ingegneria dove sarà un ingegnere mediocre, o il prossimo Einstein verso la scrittura di romanzi di cui non venderà nemmeno una copia.

Per questo il concetto di talento, ormai retaggio di un approccio classico e sbagliato all’apprendimento viste le nuove scoperte scientifiche su come funzionano il cervello umano e la genetica, deve essere abbandonato da tutti i professionisti seri di tutti gli ambiti. È una favoletta per gli idioti che crea solo danni colossali.

Bene, per quanto riguarda la parte sulla pratica intenzionale e argomenti correlati abbiamo finito.


Ti lascio un elenco di curiosità varie che mi sono segnato mentre leggevo il libro di Ericsson che non sono strettamente collegate agli argomenti dell’articolo ma che potresti trovare comunque interessanti:

  1. Ericsson riporta diversi studi che hanno dimostrato che non c’è alcuna correlazione tra QI (Quoziente Intellettivo), un altro dei miti della nostra epoca, e abilità negli scacchi. I più grandi scacchisti al mondo hanno un QI nella media, alcuni addirittura anche sotto la media.
  2. Proprio come per gli scacchisti, non c’è alcun legame tra QI e produttività scientifica di uno scienziato. È vero che un QI elevato facilita gli scienziati in alcune cose, ma per esempio molti grandi scienziati del passato avevano un QI che oggi è considerato basso per accedere al MENSA, un’organizzazione che accetta membri con un QI di almeno 132. Il QI di Richard Feynman, uno dei più grandi fisici mai esistiti, era di 126 e per il MENSA sarebbe stato da scartare ^_^
  3. Prima di innovare in un campo, occorre diventare esperti in quel campo. La creatività possiamo svilupparla solo se prima siamo diventati esperti in qualcosa. Picasso studiò per anni la pittura classica, e solo dopo averla praticata alla perfezione elaborò un suo stile personale. Ogni volta che penso a questa cosa, mi vengono in mente gli scrittori italiani di romanzi, che piuttosto che mettersi a studiare la scrittura seriamente si fingono innovatori solo perché usano un linguaggio oscuro e una prosa ricca di frasi che non significano nulla. Tentano di innovare in un ambito senza averlo studiato. E infatti non vendono niente, se non qualche copia agli amici o ai lettori cui piacciono le schifezze (si trova sempre un pubblico a cui piacciono prodotti trash, per dire).
  4. Il fenomeno dei Savant (persone con deficit cognitivi ma che sviluppano un’abilità particolare) è spiegabile con la pratica mirata/intenzionale. Ericsson riporta lo studio di Francesca Happé e Pedro Vital, due ricercatori del King’s College di Londra, dove sono stati confrontati bambini autistici savant e bambini autistici non savant. Lo studio ha dimostrato che gli autistici savant si concentrano di più e più a lungo su determinate attività rispetto agli autistici non savant, al punto da chiudersi al resto del mondo. Finiscono così con l’applicare una forma di pratica mirata/intenzionale molto personale e focalizzata che gli permette di acquisire capacità specifiche (per esempio, memorizzare un elenco telefonico).

Ok, è tutto ^_^

Ci becchiamo al prossimo articolo!