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Diventare Esperti in Qualsiasi Cosa usando la “Pratica Intenzionale” – Parte 1

In passato ho già dedicato un articolo a come diventare esperti in un determinato settore, ti consiglio di leggerlo prima di proseguire nella lettura.

In questo articolo invece parlerò approfonditamente degli studi fatti dallo psicologo K. Anders Ericsson sugli esperti, usando come fonte il suo saggio Numero 1 si diventa.

Vedremo insieme cosa Ericsson ha scoperto e come noi possiamo diventare a nostra volta degli esperti in un settore usando quella che lui chiama pratica intenzionale.

Infatti, Ericsson sostiene che non esistono abilità predefinite in noi e che chiunque con la giusta pratica e col tempo può imparare a fare qualsiasi cosa e raggiungere, se lo vuole, il grado di esperto in un determinato ambito.

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La copertina italiana del libro. Non mi piace un granché, ma meglio di tante altre copertine imbarazzanti che si trovano in libreria.

Ti consiglio di leggere il saggio di Ericsson perché è molto interessante e ben scritto. Sconfessa anche molti miti come quello del talento, del ruolo della genetica per realizzarsi in un campo e dell’importanza del QI per essere ottimi scacchisti o grandi scienziati.

Ok, cominciamo!


Cosa avviene nel cervello quando impariamo qualcosa di nuovo

Ti sei mai chiesto cosa accade nel nostro cervello quando vogliamo imparare qualcosa di nuovo?

Prima di tutto dobbiamo capire che il nostro corpo e il nostro cervello sono molto adattabili e mutano per consentirci di realizzare qualcosa che prima per noi era impossibile. Per esempio, se non hai mai fatto allenamento coi pesi e vuoi sollevare un peso da 5kg con un braccio per 10 volte il tuo corpo all’inizio ci riuscirà magari 3-4 volte con molta fatica; col tempo e l’esercizio piano piano reagirà allo stimolo fino a permetterti di sollevare il peso per 10 volte senza affaticarti. Se non sei in grado di risolvere un’equazione, esercitandoti nel modo giusto ci riuscirai.

Quindi gli stimoli ci portano a cambiare. Ma perché?

Paradossalmente, perché il corpo tende alla stabilità. Le singole cellule e i singoli tessuti appena vengono stimolati a sufficienza da alterare il loro normale funzionamento attivano meccanismi vari per ritrovare la stabilità perduta. Questo fenomeno è conosciuto come omeostasi.

Dice Ericsson a proposito:

Finché l’esercizio fisico non è così faticoso da compromettere i meccanismi omeostatici dell’organismo, non stimola alterazioni fisiche. Dal punto di vista del corpo non c’è motivo di cambiare: tutto funziona alla perfezione. La situazione cambia, invece, quando affrontiamo un’attività fisica vigorosa e di lunga durata, che spinge il corpo al di là dei limiti entro i quali i meccanismi omeostatici possono compensare lo sforzo.

Il metabolismo delle cellule non può più procedere come di consueto, quindi in ogni cellula si attivano vari tipi di reazioni biochimiche che generano prodotti biochimici completamente diversi da quelli che la cellula crea di solito. Le cellule non sono soddisfatte di questa alterazione, e reagiscono riattivando una serie di geni. (La maggior parte dei geni nel DNA di una cellula resta inattivo per la gran parte del tempo, e la cellula «accende» e «spegne» vari geni a seconda delle esigenze del momento.) I geni attivati accenderanno o potenzieranno vari sistemi biochimici all’interno della cellula, che modificheranno il suo comportamento in reazione al fatto che le cellule e i sistemi circostanti sono stati costretti a uscire dalla propria zona di comfort.

Tuttavia, una volta creati i meccanismi di compensazioni – nuove fibre muscolari sono cresciute e diventate più efficienti, sono nati nuovi capillari eccetera – il corpo è ora in grado di tollerare l’attività fisica che prima lo metteva sotto stress. È di nuovo a suo agio. I cambiamenti si interrompono. Quindi, per continuare a cambiare bisogna alzare continuamente l’asticella: correre per più chilometri, aumentare la velocità, correre in salita. Se non lo tenete sempre sotto sforzo il corpo tornerà in omeostasi, benché a un livello diverso da prima, e smetterete di migliorare.

La parte in grassetto ci dice una cosa importante: una volta che il nostro corpo è riuscito ad adattarsi al nuovo stimolo, lo stimolo cessa di avere effetto sul corpo. Sollevare 5kg ormai per noi non è più uno sforzo e se vogliamo accrescere la massa muscolare del braccio dobbiamo sollevare di più, magari 10kg. Messo davanti allo stimolo di un peso maggiore, il corpo riattiverà i processi per tornare in omeostasi e creerà nuove fibre muscolari che ci consentiranno di sollevare i 10kg.

Ma c’è un’enorme differenza su come si adattano il corpo e il cervello. Al corpo basta dividere le cellule per crearne di nuove, cosa che invece il cervello non fa. Al momento le ricerche sul cervello ci dicono che nuovi neuroni si creano solo nell’ippocampo.

Quindi come fa il cervello a mutare davanti a una sfida mentale sufficiente a stimolarlo al cambiamento?

Ebbene, ricabla le reti già esistenti: rafforza o indebolisce i collegamenti tra neuroni, aggiunge nuove connessioni e si sbarazza delle vecchie. In più, può aumentare la quantità di mielina, che è una sorta di guaina isolante che avvolge i neuroni e che permette agli impulsi elettrici di viaggiare più velocemente. Ericsson dice che la mielinizzazione può moltiplicare fino a dieci volte la velocità di trasmissione degli impulsi nervosi.

Visto che i nostri neuroni formano il nostro cervello che ci guida ogni giorno in ogni azione e pensiero, ricablare le reti di cui fanno parte e attivare la mielinizzazione ci permette di acquisire nuove abilità per realizzare cose che prima non riuscivamo a fare.

Un esempio di ricablaggio avviene nel cervello di chi diventa cieco. Di solito si diventa ciechi per problemi al nervo ottico o per altri problemi agli occhi, ma la corteccia visiva, l’area del cervello che elabora le immagini, rimane attiva. Il cervello dirotta altri neuroni verso queste aree in modo che rimangano operose svolgendo altre attività, soprattutto nel caso dei ciechi quelle legate agli altri sensi. Lo stesso avviene anche quando impariamo abilità nuove: il cervello dirotta i neuroni che hanno già altro da fare verso le aree dedicate a queste nuove abilità.

Visto che il cervello si ricabla in base allo stimolo, ne consegue che la sua struttura cambia in base al tipo di allenamento mentale a cui lo sottoponiamo. Questo è il caso dei tassisti di Londra, per esempio, studiati dalla neuroscienziata Eleanor Maguire.

Per diventare un tassista a Londra si deve superare un test difficilissimo per cui serve una memoria molto sviluppata e un grande senso dell’orientamento. Grazie alle tecniche di imaging come la risonanza magnetica (MRI), i cervelli dei tassisti londinesi sono stati osservati e si è scoperto che il loro ippocampo (una parte del cervello connessa all’elaborazione dei ricordi e all’orientamento nello spazio) nella parte posteriore è più grande rispetto a chi svolge altre professioni. E più il tassista londinese svolge l’attività da tempo, più il suo ippocampo posteriore è grande.

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Allenarsi anni e anni per finire in una scatoletta di metallo nera a scarrozzare turisti alcolizzati o drogati avanti e indietro in una delle città più tristi d'Europa. Sembra proprio una bella vita.

Ma lo studio sui tassisti londinesi ci svela altre cose importanti: la prima è che il ricablaggio ha un costo.

Maguire ha sottoposto alcuni tassisti londinesi a un test di memoria standard prima e dopo aver ottenuto la licenza e ha scoperto che nel secondo test ottenevano risultati peggiori rispetto alla prima volta, e peggiori anche rispetto ai soggetti che non avevano mai studiato per il test. Chi invece si era ritirato prima dell’esame per ottenere la licenza ha ottenuto lo stesso punteggio dei soggetti che non avevano mai studiato per il test. Quindi i tassisti dopo aver ottenuto la licenza erano abilissimi a ricordare le vie di Londra, i monumenti, ecc., ma pessimi a ricordare altri tipi di informazioni (una difficoltà che non avevano prima di ottenere la licenza).

La seconda cosa importante è che i tassisti londinesi ormai in pensione avevano meno materia grigia nel loro ippocampo posteriore rispetto ai colleghi ancora in attività, anche se ne avevano sempre di più rispetto a chi aveva fatto mestieri diversi. Ciò significa che il cervello non mantiene la trasformazione e quindi tende a disimparare col tempo così come impara, proprio come il corpo di un atleta a riposo per lungo tempo inizia a perdere massa muscolare e tonicità.

Un’altra differenza tra corpo e cervello è che i cambiamenti nel cervello sono più marcati.

Dice Ericsson a proposito:

Nel cervello, più è ardua la sfida e più i cambiamenti sono marcati; ma solo fino a un certo punto. Studi recenti hanno evidenziato che è molto più facile generare trasformazioni strutturali nel cervello sviluppando una nuova competenza piuttosto che continuando a praticarne una già acquisita. D’altro canto, sforzarsi troppo e troppo a lungo può indurre affaticamento e ridurre la qualità dell’apprendimento. Il cervello, come il corpo, cambia più rapidamente quando si trova nelle condizioni ideali: quelle in cui viene indotto a uscire – ma non troppo – dalla sua zona di comfort.

Il cervello impara diversamente anche in base alla nostra età. Una volta si pensava che il cervello smettesse di cambiare raggiunta l’età adulta e che fosse impossibile da grandi imparare bene qualcosa di nuovo, ma le ricerche fatte dai neuroscienziati e dagli psicologi dalla fine degli anni ‘90 a oggi hanno dimostrato che ciò non è vero.

È vero però che da bambini e adolescenti il cervello è più flessibile. Mentre si sviluppa e cresce, il cervello crea nuova materia grigia e sostanza bianca per sviluppare di più quelle aree dedicate all’esecuzione dell’attività in cui i bambini e gli adolescenti si stanno allenando (come accade all’ippocampo dei tassisti londinesi, ma in modo più accentuato).

Quindi prima iniziamo ad apprendere qualcosa, più saremo avvantaggiati. Ci sono anche cose che possiamo sviluppare solo se iniziamo da bambini, ma le ricerche di Ericsson sulla pratica intenzionale hanno provato che anche gli adulti che cominciano ad apprendere da zero qualcosa, a qualsiasi età, possono diventare esperti in quella cosa (o perlomeno raggiungere risultati abbastanza buoni).

Questo fenomeno viene chiamato “effetto ramoscello piegato”: se prendiamo un ramoscello e discostiamo la sua direzione di crescita, possiamo alterare la direzione che prenderà quando sarà un bel ramo. Piegare un ramo già sviluppato è più difficile e dispendioso.

Ora che sappiamo a grandi linee come e perché il cervello impara cose nuove, vediamo cosa apprende di preciso.

Rappresentazioni mentali

Nel suo saggio Ericsson usa il termine “rappresentazioni mentali” per indicare sostanzialmente due cose: i chunk e il fenomeno mentale della visualizzazione. Dei chunk ho parlato abbondantemente in questo articolo, nei miei articoli sul Pensiero Attivo, e nel mio manuale sull’apprendimento.

Diciamo in breve che i chunk sono pacchetti di informazioni collegati dal significato o dall’uso a cui la mente può accedere facilmente. I chunk possono collegarsi tra loro e formare chunk più grandi.

Esempio: Le lettere dell’alfabeto possono essere ricombinate per formare una parola che abbia significato. Ogni lettera è un chunk a sé che combinato con altri forma parole che per noi hanno significato, cioè un chunk più “grande”.

A-P-E sono tre chunk che formano la parola APE, che è un chunk a sua volta più grande delle singole lettere che lo compongono.

Creare un chunk aiuta a capire meglio gli argomenti che si stanno studiando, quindi a gestire meglio le informazioni, come organizzarle e come servircene per prendere decisioni.

Ottenere un singolo chunk è inutile, bisogna contestualizzarlo e collegarlo ad altri. Il processo che aiuta a collegare tra loro più chunk attraverso il significato è chiamato chunking.

I chunk iniziano a formarsi quando ci concentriamo nella memorizzazione o elaborazione di cose nuove: la nostra memoria di lavoro si collega a quella a lungo termine e cerca di creare nuovi pezzi di informazioni per aiutarci a capire meglio qualcosa o a risolvere un problema.

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Esempio della tecnica del chunking applicata per ricordare più facilmente lunghe serie di numeri scomponendole in blocchi di 3-4 cifre più facili da memorizzare.

Gli esperti non sono altro che persone che hanno creato una vasta libreria di chunk di qualità su un argomento, dove ogni chunk è connesso agli altri. Per esempio, Sherlock Holmes ha una vasta libreria di chunk sul crimine che lo rendono esperto nel suo lavoro; un campione di scacchi ce l’ha sugli scacchi; un neuroscienziato in gamba ce l’ha sulle neuroscienze.

Quando si ritrovano ad affrontare problemi nei loro ambiti, questi esperti non fanno altro che accedere ai chunk creati e collegarli tra loro e alle nuove informazioni per prendere una decisione o giungere a una conclusione. Lo fanno con una rapidità tale che alla gente comune sembra magia, ma in realtà è tutto frutto di anni di studio e pratica costante. Niente di più.

Dice Ericsson a proposito:

La principale differenza tra noi e gli esperti è che gli anni di pratica accumulati hanno modificato i circuiti neurali nel loro cervello per produrre rappresentazioni mentali altamente specializzate, le quali a loro volta rendono possibile l’incredibile memoria, la capacità di individuare schemi ricorrenti, di risoluzione dei problemi e altre abilità avanzate necessarie per eccellere nelle loro specialità.”

E aggiunge:

Le ricerche sui diagnosti esperti hanno evidenziato che costoro tendono a vedere i sintomi e gli altri dati rilevanti non come informazioni isolate bensì come frammenti di strutture più ampie: proprio come i maestri di scacchi vedono schemi tra i pezzi sulla scacchiera anziché un assortimento casuale. E proprio come le rappresentazioni permettono agli scacchisti di generare rapidamente un certo numero di possibili mosse e poi selezionare la migliore, così i diagnosti esperti immaginano una serie di diagnosi possibili e poi analizzano le varie alternative per scegliere la più probabile.

Per arrivare alla diagnosi era necessario non solo possedere le relative conoscenze mediche, ma averle organizzate in modo che fossero accessibili e permettessero al dottore di ipotizzare le possibili diagnosi e scegliere quella giusta. Un’efficiente organizzazione delle informazioni è un tema che appare di frequente nello studio degli esperti.

Creare la giusta libreria di chunk ci permette anche di individuare più facilmente gli errori che commettiamo, quindi di capire dove dobbiamo migliorare e di cercare un modo giusto per farlo. Perciò ogni volta che impariamo qualcosa di nuovo su qualcosa, affiniamo i chunk su quel qualcosa e diventiamo più bravi in quel qualcosa.

I chunk ci aiutano anche nella pianificazione. Per esempio, i chirurghi prima di operare visualizzano l’intero intervento: usando gli strumenti come TAC e risonanza magnetica osservano l’interno del corpo del paziente, vedono i problemi principali ed elaborano una strategia d’attacco. Questa è la visualizzazione: prepararsi mentalmente nei minimi particolari a qualcosa da fare. La usano molti sportivi quando devono immaginare come fare un tiro, una bracciata, un salto, ecc. Come tutti i processi mentali che richiedono l’utilizzo di informazioni, è un processo basato su chunk che si ricombinano per creare uno scenario immaginario per riprodurlo poi nella realtà. Tutto qui.

Ericsson sostiene pure che i chunk siano altamente specifici e utilizzabili solo per l’ambito in cui sono stati creati. Per esempio, dei chunk creati per memorizzare schemi di partite di scacchi sarebbero inutili per risolvere un problema di matematica. E ciò è vero, ma è anche vero che esiste l’abilità nota come transfer che ci permette di trasferire abilità apprese (quindi chunk) da un campo all’altro. Per esempio, un tennista può imparare più facilmente a giocare a ping pong (e viceversa). Chi studia narrativa per scrivere sceneggiature può trovare più facile scrivere un romanzo (e viceversa).

Quindi per ora sappiamo che alcuni chunk possono essere trasferiti (del tutto o parzialmente) su altre abilità e alcuni no.

Come vedremo più avanti, lo scopo della pratica intenzionale è quello di farci creare chunk e macrochunk sempre più efficienti e di qualità in modo da richiamarli più facilmente nella nostra memoria a breve termine e collegarli a nuove informazioni in entrata che ci saranno utili a risolvere un problema o ad apprendere qualcosa.

Alla luce di quanto sappiamo ora sul cervello e sui chunk, vediamo insieme perché l’approccio tradizionale all’apprendimento è fallimentare.

Approccio tradizionale all’apprendimento

L’approccio tradizionale è quello che usiamo tutti inconsapevolmente quando ci dedichiamo a qualcosa di nuovo da apprendere. Studiamo qualcosa, ci esercitiamo, raggiungiamo un livello che ci pare accettabile e dopodiché smettiamo di imparare e lasciamo che tutto diventi un automatismo.

Pensa a quando impari a guidare, o ad andare in bicicletta o a fare un’equazione. Una volta che hai raggiunto il livello minimo richiesto per svolgere l’attività, smetti di apprendere cose nuove e la attivi in automatico quando ti serve.

In questo tipo di approccio si dà per scontato che ognuno abbia determinate caratteristiche innate di base che può potenziare e che sia privo di altre. Si pensa che si nasca col potenziale (o talento, se così lo vuoi chiamare) per essere un matematico, o un calciatore, o uno scacchista, ecc., e che basta giusto esercitarsi un pochino per diventare esperti in questi campi.

Gli errori di questo approccio sono due: il primo è quello di pensare che noi umani non possiamo apprendere nulla che non sia già codificato nei nostri geni; il secondo è quello di credere che per diventare esperti in qualcosa non c’è bisogno di sforzarsi più di tanto.

Non sei nato col gene della matematica? Non sarai mai un grande matematico, al massimo uno decente. Non sei nato col gene del calciatore? Non sarai mai un grande calciatore, al massimo uno mediocre. Vedremo a parte più avanti come la questione genetica influenzi l’apprendimento, ma ti anticipo che l’influenza dei geni è piuttosto risibile e diversa da come la si crede.

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Lei è Erica: secondo l'approccio tradizionale all'apprendimento non ha alcun talento per la matematica e le materie scientifiche e geneticamente non è portata per lo sport, ergo finirà a studiare lettere o a fare la casalinga depressa. Non sia mai che possa realizzare qualcos'altro perché nella vita tutto è predeterminato, no? Mica siamo noi che dobbiamo farci semplicemente il culo come tutti gli altri stronzi che aspirano a diventare qualcuno o a realizzare qualcosa...

Fondandosi su queste credenze errate, l’approccio tradizionale non spinge mai la gente a uscire dalla propria zona di comfort e quindi è incompatibile con la pratica intenzionale di Ericsson, come vedremo nella seconda parte dell’articolo.

L’approccio tradizionale fornisce conoscenze (chunk) al singolo studente, sperando che poi sia lui a migliorarsi da solo col tempo e la pratica sul campo. È il caso degli studenti universitari italiani, che ricevono un sacco di conoscenza a scapito però della competenza che poi devono coltivare da soli o sul lavoro.

Vediamo cosa dice Ericsson a proposito:

Se insegnate a uno studente fatti, concetti e regole, quelle informazioni vengono registrate nella memoria a lungo termine come singoli elementi; e quando poi vuole usarle per risolvere un problema, per ragionare in cerca della risposta a una domanda, o organizzarle e analizzarle per elaborare un tema o un’ipotesi, intervengono i limiti dell’attenzione e la memoria a breve termine. Lo studente deve tenere a mente tutti quei pezzi diversi e non connessi tra loro mentre ricerca la soluzione. Se invece quelle informazioni sono state assimilate nel contesto della costruzione di rappresentazioni mentali tese a un obiettivo pratico, i diversi pezzi sono entrati a far parte di uno schema di interconnessioni che contestualizza e dà significato alle informazioni, rendendo più facile il loro utilizzo. Come abbiamo visto nel capitolo 3, non costruiamo rappresentazioni mentali pensando a qualcosa, bensì cercando di fare qualcosa, sbagliando, correggendoci e riprovando e così via.
[…]
Al momento di stilare il programma di un corso, stabilire quali abilità dovrà acquisire lo studente è molto più utile che decidere che cosa lo studente dovrà sapere. Il secondo risultato discende automaticamente dal primo.

L’approccio tradizionale è fallimentare soprattutto perché crea chunk sconnessi tra di loro, lasciando poi il compito allo studente di collegarli a formare macrochunk facendo pratica in un determinato settore. L’accumulo di conoscenza fine a sé stessa è inutile. Nessuna conoscenza ha valore se poi non si tramuta in una qualche forma di competenza specifica. E qualsiasi competenza specifica si trasforma direttamente in conoscenza, quindi fornisce solo vantaggi a differenza della pura conoscenza.

Gli esperti non sono altro che persone altamente competenti in qualcosa di specifico: saltare più in alto di tutti, essere tra i migliori scacchisti al mondo, essere tra i migliori chirurghi in un campo, ecc.

Ed è proprio sugli esperti che voglio spendere qualche parola in più.

Essere un esperto di qualcosa

A partire dal ‘900 col miglioramento delle condizioni di vita ed economiche, gli esseri umani sono riusciti a liberare un’enorme porzione del loro tempo per poterla dedicare a hobby e studi vari. C’è chi viaggia, chi impara uno sport, chi si dedica alla musica, ecc.

Sempre più persone si dedicano a migliorarsi in un determinato ambito che gli sta a cuore e questo ha portato a un aumento degli esperti, ad affinare i metodi di studio e allenamento, e al miglioramento della preparazione degli insegnanti.

Si pensi a settori competitivi come la musica, gli scacchi, il tennis: il livello è così alto che diventare un esperto in questi ambiti richiede molta fatica, molto tempo e molto denaro perché bisogna avere gli insegnanti giusti ed esercitarsi con i metodi d’allenamento corretti. Inoltre, eccellere in un campo già pieno di esperti è difficilissimo. Occorre studiare e fare pratica per anni e anni. Non tutti ci riescono.

Secondo Ericsson per diventare esperti in qualcosa occorre fare almeno 10 anni di pratica, e non di pratica a caso ma di pratica volta a ottenere risultati specifici.

Di fatto, fare pratica in modo sbagliato per 10 anni non ti rende più esperto di un novizio, anzi Ericsson dice che peggiora l’esecuzione e ci rende più scarsi dei principianti. Il motivo è semplice: creiamo chunk di bassa qualità e continuiamo a rafforzarli, impedendo al cervello di crearne di nuovi e di qualità superiore.

La semplice esecuzione di qualcosa non ci rende più bravi in quel qualcosa: se guidi male per 10 anni rimarrai un pessimo guidatore; se giochi a scacchi male per 10 anni, rimarrai uno scacchista molto scarso. Non c’è alcun legame tra tempo dedicato a un’attività e risultati ottenuti.

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Andare in bici per 10 anni non ti renderà un grande ciclista, ma solo uno che va in bici per hobby. Solo allenandoti seriamente e duramente nel modo giusto per partecipare alle gare potrai aspirare a diventare un grande ciclista.

In quei 10 anni di allenamento e più, l’esperto accumula sempre più chunk di qualità su qualcosa e li combina tra di loro, creando macrochunk che riesce a richiamare facilmente nella memoria a breve termine. Qui questi macrochunk occupano solo uno slot dei 7-9 disponibili a ciascuno di noi, lasciando liberi gli altri.

Più macrochunk accumula, più l’esperto inizia a vedere ciò di cui si occupa in modo totalmente differente. E questa è una grossa differenza tra lui e un dilettante.

L’esperto vede il quadro generale di qualcosa e lo usa per lavorare poi sui dettagli per raggiungere un obiettivo. Al contrario il dilettante si perde nei dettagli e non vede il quadro.

Per esempio, uno scacchista dilettante si concentra sul singolo pezzo e come spostarlo, al contrario un Gran Maestro di scacchi si concentra sul quadro generale della partita, sceglie la combinazione di schemi migliori per vincere e li mette in pratica. Gli esperti letteralmente vedono ciò di cui si occupano in modo nettamente diverso da un principiante. Per Sherlock Holmes la scena di un crimine appare diversa da come appare a un principiante, proprio come una scacchiera e i suoi pezzi appaiono differenti a un Gran Maestro di scacchi e a un dilettante. Lo stesso capita a un calciatore come Cristiano Ronaldo, che vede il campo in modo diverso da un calciatore che gioca in serie B.

Visto che gli esperti sfruttano macrochunk di qualità, ne consegue che sono abili nell’utilizzare le informazioni a loro disposizione: scelgono quelle più rilevanti e le usano nel modo corretto, al contrario i dilettanti si perdono nella marea di informazioni da cui vengono sommersi e finiscono col commettere errori.

Ma come si individua un esperto in un campo?

Ebbene, per individuarlo bisogna avere dei criteri oggettivi di valutazione delle perfomance. E questo è un requisito fondamentale anche per sviluppare i giusti metodi di pratica intenzionale, come vedremo nella seconda parte dell’articolo.

Se non ci diamo dei criteri oggettivi per stabilire che X è più abile di Y a fare Z, allora non saremmo mai in grado di dire chi è più abile di chi e nemmeno quale metodo di allenamento è più efficace.

È facile individuare esperti nei campi con tradizioni di insegnamenti secolari/millenari e valutazioni oggettive come gli scacchi o la musica, ed è facile anche negli sport dove abbiamo punteggi e simili; invece è più difficile farlo dove si rientra nei campi della sfera di giudizio soggettiva.

Come stabiliamo oggettivamente quale ingegnere è più esperto di un altro? Come stabiliamo oggettivamente quale psicologo è migliore di un altro?

A proposito degli psicologi e dei medici generali, Ericsson ci riporta delle informazioni abbastanza inquietanti:

Le ricerche evidenziano che gli «esperti» di molti settori non sono costantemente più bravi di altri membri meno quotati della professione; e a volte non sono neppure più bravi di persone prive di preparazione specifica. Nel suo influente libro House of Cards: Psychology and Psychotherapy Built on Myth (Il castello di carte: psicologia e psicoterapia edificate sul mito), la psicologa Robyn Dawes riferiva di studi che evidenziavano come gli psichiatri e gli psicologi di professione non somministrassero terapie più efficaci di quelle prescritte da profani che avevano ricevuto un addestramento minimo.
[…]
I medici generici con decenni di esperienza sono a volte meno bravi, se valutati con unità di misura oggettive, dei neolaureati; soprattutto perché i medici più giovani hanno frequentato l’università più di recente e quindi sono più aggiornati ed è più probabile che ricordino ciò che hanno studiato. Contrariamente alle aspettative, l’esperienza non conduce a un miglioramento delle prestazioni in molte categorie di medici e infermieri.

È bello sapere che chi dovrebbe curarti probabilmente è più scarso di un dilettante appena istruito, vero? ^_^

Comunque, una volta individuati con criteri oggettivi un esperto in un campo e i metodi di allenamento corretti, possiamo iniziare a dedicarci alle due forme di pratica che Ericsson propone nel suo saggio: la pratica mirata e la pratica intenzionale.

Pratica mirata

Abbiamo detto che non esistono abilità predefinite e che quindi siamo noi a svilupparle. Non nasciamo grandi scacchisti, violinisti, seduttori, calciatori, matematici: lo diventiamo col tempo affinando le nostre capacità. Il nostro cervello cambierà e si adatterà di conseguenza.

Quindi imparare non è più la massima espressione del nostro potenziale innato come dice l’approccio classico, ma serve a creare il nostro potenziale.

E solo la giusta pratica, protratta nel tempo, può condurci al miglioramento.

Ma qual è la pratica giusta?

Esistono 3 modi per fare pratica secondo Ericsson:

  • Pratica Ingenua = è la pratica dell’approccio classico, e consiste nel fare e rifare qualcosa per tanto tempo nella speranza che la sola ripetizione ci faccia migliorare nelle prestazioni, ma gli studi la smentiscono totalmente. Invece di migliorarci, questa forma di pratica ci fa peggiorare.
  • Pratica mirata = di cui parlerò tra poco.
  • Pratica Intenzionale = di cui mi occuperò nella seconda parte dell’articolo in modo molto approfondito perché è su questa che si basa interamente il saggio di Ericsson.

La pratica mirata si differenzia da quella ingenua perché si pone obiettivi specifici volti a farci migliorare in qualcosa, spezzando il nostro percorso di miglioramento a lungo termine in tanti piccoli passi.

Bisogna prendere un obiettivo generale e trasformarlo in qualcosa di specifico su cui poter lavorare con aspettative realistiche di miglioramento.

La pratica mirata è altamente focalizzata e richiede un feedback: bisogna sapere se stiamo migliorando o peggiorando, quindi dove stiamo sbagliando.

Ma soprattutto la pratica mirata ci spinge a uscire dalla nostra zona di comfort per superare l’omeostasi del cervello e del corpo: ogni obiettivo deve essere pensato per essere più impegnativo del precedente, ma non deve sopraffarci. Deve essere una sfida che sappiamo di poter vincere sforzandoci un po’ di più e meglio.

Inoltre, il feedback positivo è fondamentale: dobbiamo sapere che stiamo migliorando altrimenti la nostra motivazione crollerà e smetteremo di esercitarci.

Ovviamente incontreremo degli ostacoli mentre faremo pratica mirata, e alcuni ci sembreranno insormontabili ma se hai capito bene quello che hai letto finora sai che nessun ostacolo è davvero insuperabile: basta solo trovare il metodo giusto per allenarsi a superarlo.

Ericsson riassume così la pratica mirata:

Ecco dunque, in breve, che cos’è la pratica mirata: uscite dalla vostra zona di comfort ma fatelo in modo focalizzato, con obiettivi chiari, un piano per raggiungerli e un sistema per monitorare i progressi. Ah, e scoprite come conservare la motivazione.

Ok, facciamo un esempio concreto di pratica mirata per capirla meglio.

Immaginiamo che il tuo sogno è di essere molto muscoloso e che parti da zero: pesi 54kg per 1,80m, non sei mai stato in palestra, non hai mai fatto sport e non hai mai seguito un’alimentazione corretta.

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Ecco, immagina così il protagonista del nostro esempio. È così che mi sono ridotto dopo aver smesso di allenarmi per un anno, ma questa è un'altra storia...

Di solito quando hai questo sogno ti iscrivi in palestra, segui una scheda di allenamento di un istruttore che la dà identica a tutti e mangi un po’ di più. Nel primo anno vedi qualche miglioramento e poi finisci in stallo. Perché? Semplice, perché il tuo corpo nel primo anno è uscito dall’omeostasi (eri un totale sedentario che mangiava di merda) e ha sviluppato un po’ i tuoi muscoli, poi si è abituato allo sforzo in palestra e alla nuova dieta ed è entrato di nuovo in omeostasi.

A questo punto la maggior parte della gente perde motivazione, smette di andare in palestra e torna alla solita vita. Altri continuano ma giusto per sentirsi in forma o cazzeggiare con gli amici.

Ma se tu volessi migliorare ancora e, soprattutto, meglio?

Qui entra in gioco la pratica mirata. Mettiamo che vuoi sviluppare di più innanzitutto le tue gambe. Vai dall’istruttore e ti fai fare una scheda specifica per migliorare di più le gambe, magari guardi qualche video online di esperti del settore su come migliorare la muscolatura delle gambe, e migliori anche la tua dieta aumentando l’apporto di proteine e altri macronutrienti.

Tempo qualche settimana e inizierai a vedere i primi miglioramenti. Motivato da questi miglioramenti, decidi di passare dopo qualche tempo agli addominali, poi alle braccia, e così via. Arrivi al punto che, obiettivo specifico dopo obiettivo specifico realizzato, ti ritrovi con 15kg in più di muscoli e a sollevare pesi che solo sognavi l’anno prima.

Magari ora punti a fare bodybuilding a livello professionistico senza imbottirti di merda come gli steroidi, ma il tuo corpo entra di nuovo in omeostasi e per quanto tu provi a cambiare la dieta, a cambiare esercizi o a concentrarti su un determinato gruppo muscolare, non vedi miglioramenti.

Sei arrivato ai limiti della pratica mirata cui arrivano tutti quelli che provano a migliorarsi in qualcosa.

Che fare a questo punto?

A questo punto entra in gioco la pratica intenzionale di cui parla Ericsson e che vedremo nella seconda parte dell’articolo ^_^