Vai al contenuto

Bias Cognitivi: Le Scorciatoie Pericolose della Mente – Parte 1

Con questo articolo inauguro una serie dedicata ai Bias Cognitivi. È un argomento molto interessante perché i bias influenzano quasi tutte le nostre scelte quotidiane e il nostro modo di vedere la realtà oggettiva.

I bias sono un bel po’ e selezionerò per voi quelli che trovo più interessanti, raggruppandoli in vari articoli. Le fonti a cui mi rifarò saranno diverse, e alla fine di ogni articolo vi indicherò i testi da cui ho preso le varie informazioni.

Bene, iniziamo!


Cosa sono i bias cognitivi?

Un bias cognitivo è un pregiudizio che scatta automaticamente nel nostro cervello quando elaboriamo informazioni, situazioni o eventi.

Il cervello adopera i bias perché sono delle “scorciatoie” (nel settore sono chiamate euristiche), cioè processi di pensiero automatici che permettono di elaborare e semplificare la realtà che ci sta di fronte.

Un esempio è il classico bias della conferma: noi tendiamo a cercare informazioni che confermano quanto sappiamo già e tendiamo a ignorare quelle informazioni che ci contraddicono (e spesso nemmeno facciamo lo sforzo di cercarle). Da una parte il bias ci aiuta ad approfondire le nostre conoscenze su qualcosa e a rafforzarle, ma dall’altra ci ostacola dal voler ascoltare versioni contrarie.

I bias hanno quindi una loro utilità, come tutti i processi automatici. Al cervello piace usare i processi automatici perché gli richiedono poca energia e forniscono soluzioni rapide alla marea di problemi quotidiani che affrontiamo.

Per esempio, per il cervello è più facile rimanere ancorato sulle sue convinzioni piuttosto che impegnarsi a cercare altre versioni (= bias della conferma).

Il problema è che i bias ci sono anche di ostacolo in molte occasioni, e spesso ci restituiscono una visione totalmente sbagliata della realtà oggettiva facendoci vivere di fatto in una nostra fantasia.

Inoltre, visto che ormai il loro funzionamento è conosciuto da tempo, esperti di marketing, di comunicazione, venditori, politici, ecc., se ne servono per manipolarci. E lasciatemi dire che ci riescono benissimo nella maggior parte dei casi proprio per la natura automatica con cui scattano i bias. E se credi che ne siano vittima solo le persone “ignoranti” o “poco intelligenti” ti sbagli: tutti gli umani ci cascano. La tua cultura e il tuo QI a 3 cifre non ti salvano né da loro né da chi li sfrutta per manipolarti. Anzi, spesso più si è colti e “intelligenti” più si cade vittima dei vari bias (come quello della conferma spiegato prima) se non si fa molta attenzione.

bias cognitivi, bias, mente, cervello, bias conferma
"C'è più verità in questo meme, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia." Citazione di William Shakespeare (più o meno).

Nei miei articoli dedicati al Pensiero Attivo ho parlato abbondantemente di come i bias e i processi passivi di pensiero ci sono di ostacolo al pensare in modo attivo e razionale. Qui mi limiterò a spiegare i vari tipi di bias e che effetti hanno: conoscere come funzionano è già un primo passo per esercitarsi a metterli da parte quando pensiamo.

Comunque, se volete veramente iniziare a pensare eliminando più bias possibili, vi consiglio di leggere i miei articoli sul Pensiero Attivo.

Di ogni bias cercherò, quando possibile, di fornire una soluzione su come evitarlo o comunque farsi influenzare poco. In generale applicare il Pensiero Attivo è la strategia migliore, ma fornirvi qualche consiglio spicciolo spendibile subito può esservi d’aiuto.

Bene, passiamo ora a vedere insieme i primi bias.

 

Principio di autorità

Molti in passato si sono chiesti come i nazisti possano aver eseguito ordini tanto orribili e a dare la risposta è stato Stanley Milgram con un suo famoso esperimento. Un esperimento che dimostrò che in ognuno di noi, maschio o femmina, si annida un potenziale nazista.

Milgram creò un esperimento semplice che coinvolgeva 3 persone, il ricercatore e due volontari. Uno di questi volontari, però, all’insaputa dell’altro era un attore. Chiameremo il volontario “Istruttore”, e l’attore “Allievo”. Il ricercatore dava all’Allievo delle coppie di parole da memorizzare per ripeterle dopo, poi lo legava a una sedia e gli applicava degli elettrodi al braccio. Dopodiché il ricercatore e l’Istruttore passavano in un’altra stanza. Qui l’Istruttore aveva il compito di leggere le parole all’Allievo attraverso un citofono e ogni volta che l’Allievo sbagliava una coppia di parole, doveva infliggergli una scossa; più l’Allievo sbagliava più la scossa aumentava di potenza. 2/3 dei partecipanti all’esperimento arrivarono a infliggere scosse mortali all’Allievo nonostante questo gridasse e implorasse pietà (era un attore e recitava, per fortuna!).

Ora non dovete immaginarvi l’Istruttore come uno che ride di gusto mentre dà le scosse, anzi tutti i volontari nel ruolo di Istruttore erano partecipi del dolore dell’Allievo: pregavano il ricercatore di farli smettere, protestavano e pregavano di lasciar libero l’Allievo. Eppure su ordine del ricercatore continuavano a infliggere le scosse e ad aumentarne la potenza.

Non erano dei pazzi, dei sadici, o altro, erano umani come noi (come dimostrarono altri studi seguenti) che obbedivano al “principio di autorità”, uno dei bias più potenti da cui ci lasciamo influenzare.

Noi umani spesso non riusciamo a non eseguire gli ordini che ci vengono impartiti da qualcuno che percepiamo come un’autorità, anche se questi ordini sono disumani. Per gli Istruttori, il ricercatore era l’autorità dell’esperimento a cui ubbidire.

Milgram disse:

È l’estrema disponibilità di persone adulte a seguire fino all’estremo l’ordine di un’autorità, quella che rappresenta la principale scoperta di questo studio.

Questo bias influenza molto la nostra vita. Per esempio, ubbidiamo a ordini che ci danno il nostro capo, i nostri genitori, i nostri professori, ecc., spesso senza metterli in discussione e vedere se sono oggettivamente validi o convenienti per noi.

Ma il bias di autorità è presente anche in ambito scientifico e nell’editoria. Pensa a chi prende per oro colato ciò che sostiene uno scienziato senza verificare se è vero quanto sta dicendo, o chi pensa che un autore di un libro è un’autorità solo perché è stato pubblicato e quindi non ne mette in discussione il pensiero.

La soluzione per non farsi influenzare da questo bias è di verificare sempre quello che viene detto da qualcuno che percepite come un’autorità per vedere se sta dicendo qualcosa di oggettivamente valido oppure no.

Ormai grazie a internet è facile fare queste verifiche, soprattutto se parliamo di ambiti scientifici e accademici. È un po’ più difficile farlo con argomenti politici e di attualità perché le informazioni spesso vengono manipolate, ma addestrare comunque la mente a non accettare tutto subito perché a dirlo è Fabio Fazio, un giornalista de Il Sole 24 ORE o Roberto Saviano è già un bel passo avanti.

principio di autorità, nazisti, mente, cervello, bias, bias cognitivi
Toh, guarda! Un bel gruppetto di persone cui piace molto il "principio di autorità". Sono sicuro che faranno  "grandi cose" seguendolo ciecamente...

Riprova sociale

Vi siete mai chiesti perché in alcune sitcom vengono inserite le risate finte?

Beh, vengono inserite dai produttori televisivi per sfruttare il bias della “riprova sociale”. Funziona così: scegliamo cosa è giusto in base a quello che gli altri considerano giusto. Tendiamo quindi a compiere un’azione quando la fanno anche gli altri.

Se qualcuno ride, è molto probabile che anche noi rideremo. Il problema è che non è necessario che a stimolarci sia una scelta fatta da una persona reale: nel caso delle risate registrate sappiamo che sono false e spesso ci ritroviamo a ridere lo stesso a causa loro.

Per citare Robert Cialdini nel suo famoso saggio Le armi della persuasione:

Vari esperimenti dimostrano che l’uso di risate preregistrate induce gli spettatori o ascoltatori a ridere più spesso e più a lungo; anche i giudizi complessivi sulle trasmissioni presentate risultano più positivi, nel senso che sono considerate più divertenti e spiritose. Non solo, alcuni dati indicano che l’effetto suggestivo è massimo quando le battute sono di pessima lega. Alla luce di questi dati, il comportamento dei produttori televisivi diventa perfettamente logico. L’inserimento di risate fasulle nella colonna sonora stimola la risposta desiderata del pubblico a programmi che vogliono essere spiritosi e divertenti, soprattutto quando non riescono a esserlo. Non c’è davvero da meravigliarsi che le penose commediole di certe serie televisive siano continuamente sottolineate da risate omeriche. Quei produttori sanno molto bene quello che fanno.

Questo bias entra in azione in molte occasioni, per esempio quando leggiamo recensioni online di qualcosa. Se un oggetto che vogliamo comprare su Amazon ha molte recensioni positive, saremo più tentati di acquistarlo. Se una facoltà è recensita negativamente, tenderemo a scartarla.

Il problema è che non sempre ciò che fanno gli altri (o le recensioni che scrivono) sia buono e soprattutto utile per noi. Magari quel prodotto su Amazon non è davvero adatto alle nostre esigenze; magari quella facoltà per noi si rivelerà un’ottima scelta.

Spesso le informazioni che ci vengono fornite sono anche manipolate a priori per farci credere che qualcosa piace a tante persone. Le recensioni su Amazon ne sono un esempio, così come quelle su siti come TripAdvisor.

È quindi necessario imparare a difendersi da questo bias perché non si può sempre fare affidamento sulla “saggezza della folla”. Certo, di solito ci possiamo fidare di quello che fanno gli altri, e ciò ci risparmia anche la fatica di dover prendere decisioni valutando sempre pro e contro, ma è meglio essere sempre scettici. E almeno per quanto riguarda decisioni importanti della nostra vita (come scegliere una facoltà) è meglio sempre verificare in prima persona senza lasciarsi influenzare dalle opinioni di nessuno.

Pensala così: le opinioni altrui, se non supportate da prove oggettive, sono vittime dei vari bias cognitivi proprio come le tue, e quindi sono solo mere opinioni personali che ognuno elabora basandosi sulla propria visione soggettiva della realtà.

Direi che non sono proprio le fonti ideali su cui basare decisioni importanti per noi.

Effetto Alone

L’effetto alone è un bias cognitivo che consiste nel giudicare una cosa nella sua interezza basandosi solo su un suo tratto che riteniamo positivo.

È una bella ragazza? Allora sarà sicuramente buona, gentile, socievole, ecc. È un telefono da 1000 euro? Allora sarà certamente un ottimo telefono, che fa belle foto, la cui batteria dura 24 ore con una sola ricarica, ecc.

Esiste anche l’effetto alone inverso, che ci fa giudicare qualcosa negativamente solo perché ha un tratto che riteniamo negativo. È una persona fisicamente brutta? Allora è meschina. È un telefono di una marca cinese? Fa schifo al cazzo.

L’effetto alone era molto apprezzato nella cultura greca, dove era assimilato nella “Kalokagathia” (il ritenere buona una persona, o un qualcosa, bella).

Per citare Wikipedia a proposito:

La kalokagathia dunque rappresenta la concezione greca del bene connessa all'azione dell'uomo e si sostiene quindi che vi sia una complementarità tra "bello" e "buono": ciò che è bello non può non essere buono e ciò che è buono è necessariamente bello.

Questo bias entra in azione in tantissimi aspetti della nostra vita (amore, politica, rapporti sociali, acquisti, ecc.), anche perché se non fosse presente non riusciremmo a prendere una decisione visti i numerosi fattori da valutare quando dobbiamo scegliere qualcosa. Rimarremmo paralizzati nell’indecisione e sprecheremo tantissimo tempo.

Sbarazzarsi di questo bias è quindi molto difficile (anche perché è molto utile per noi), e l’unica soluzione davvero funzionante che ho trovato è diventare abili nel Pensiero Attivo così da capire quando metterlo da parte per valutare oggettivamente qualcosa.

scarlet johanson, effetto alone, bias, bias cognitivo, bellezza, mente, cervello
Scarlet Johanson è una bellissima donna e quindi è automaticamente una brava persona, un'ottima potenziale partner, e caga rose dal culo invece della merda. Ne sono certo.
Effetto di contrasto

Se prima guardiamo una ragazza brutta e poi una carina, quella carina ci sembra più bella di quanto sia in realtà.

Questo dipende da un bias che influenza la percezione umana, chiamato “principio di contrasto”. Funziona così: se riceviamo uno stimolo e subito dopo un altro che differisce abbastanza dal primo, tendiamo a percepire il secondo più diverso di quanto sia in realtà.

Se solleviamo un oggetto leggero e poi uno pesante, quello pesante ci sembra più pesante. Se un commesso in un negozio ci mostra prima un abito costoso e poi uno meno caro, il prezzo di quello meno caro ci sembra molto più basso di quanto sia in realtà.

Il caso del commesso è interessante, perché sfrutta il principio per vendere: il suo obiettivo fin dall’inizio spesso non è venderti il capo più costoso, ma quello meno caro, e te lo presenta dopo quello più caro perché così a te sembra di acquistare qualcosa di qualità a un prezzo più basso.

Il contrasto vale anche al contrario, ovviamente: se prima vediamo una ragazza carina e poi una brutta, quella brutta ci sembra più brutta. L’oggetto leggero ci sembra più leggero se prima solleviamo quello pesante. L’abito costoso ci sembra più costoso se prima il commesso ci mostra quello meno caro.

Per citare Cialdini, sempre da Le armi della persuasione:

Un’elegante dimostrazione del contrasto percettivo è usata a volte nei laboratori di psicofisica per far toccare con mano questo principio agli studenti. A turno vengono fatti sedere davanti a tre vaschette piene d’acqua: una fredda con cubetti di ghiaccio, una a temperatura ambiente e una calda. Dopo aver messo una mano nell’acqua fredda e una in quella calda il soggetto le immerge tutte e due contemporaneamente nell’acqua tiepida. L’espressione di divertito stupore che immediatamente compare sul suo viso dice tutto: benché le due mani siano immerse nella stessa vaschetta, quella che prima era stata nell’acqua gelata ora la sente calda, l’altra la sente fredda. Il fatto è che una stessa cosa – in questo caso, acqua a temperatura ambiente – può esser fatta sembrare diversissima a seconda dell’evento che l’ha preceduta.

Questo bias è usato soprattutto da politici, pubblicitari, venditori ed esperti di marketing.

Sempre Cialdini dice a proposito:

L’abile uso del contrasto percettivo non è ovviamente circoscritto ai negozi d’abbigliamento. Mi sono imbattuto in una tecnica di vendita che metteva in gioco il principio di contrasto, mentre studiavo da “clandestino” le tattiche di persuasione delle agenzie immobiliari. Per imparare i trucchi del mestiere mi fecero partecipare, con un loro agente, al giro di fine settimana per far visitare le case ai possibili acquirenti. L’agente – chiamiamolo Phil – doveva darmi dei suggerimenti per farmi ambientare nel lavoro. Una cosa che notai ben presto era che Phil, quando cominciava il suo giro con dei nuovi clienti, faceva vedere sempre per primi un paio di appartamenti orribili.

Quando gli chiesi perché, si mise a ridere: erano quelli che chiamava immobili “di preparazione”. La società teneva nei suoi elenchi una o due case in rovina a prezzi gonfiati, senza nessuna intenzione di venderle, ma solo per mostrarle ai clienti in modo che le offerte autentiche si avvantaggiassero del confronto. Non tutti gli agenti se ne servivano, ma Phil sì: diceva che gli piaceva vedere gli occhi dei clienti illuminarsi quando finalmente li accompagnava a vedere la casa che veramente aveva intenzione di vendere, dopo averli portati a visitare quelle fatiscenti: «La casa che gli voglio dare sembra davvero uno splendore dopo che hanno visto un paio di catapecchie».

I commercianti di auto usano anche loro il principio di contrasto quando aspettano di aver concordato il prezzo di una macchina nuova, prima di suggerire tutta una serie di accessori. Nell’onda di un acquisto da quindicimila dollari, il centinaio di dollari richiesto per una sciccheria come l’autoradio sembra una bazzecola. Lo stesso vale poi per la spesa aggiuntiva di accessori come i vetri atermici, i retrovisori doppi, i pneumatici con la fascia bianca, o qualunque belluria che il venditore può suggerire di seguito. Il trucco è tirar fuori gli extra ognuno per suo conto, in modo che i singoli prezzi sembrino una sciocchezza in confronto alla spesa molto più grossa già decisa.

Come può testimoniare chiunque abbia una certa esperienza nell’acquisto di automobili, non di rado la cifra da capogiro del prezzo finale risulta così spropositata per l’aggiunta di questi accessori apparentemente da nulla. Mentre il cliente rimane lì con in mano il contratto firmato, chiedendosi che cos’è successo e senza poter incolpare altri che sé stesso, il venditore sorride col sorriso compiaciuto e consapevole del maestro di jujitzu.

L’arma migliore per difendersi da questo bias è conoscerne l’esistenza e fare pratica nel riconoscerlo quando viene adoperato su di noi. Ci cascherete spesso lo stesso, ma col tempo imparerete a riconoscerlo e a farvi influenzare sempre di meno ^_^

Ok, mi fermo qui per ora.

Iniziate già a fare pratica con questi quattro bias imparando a riconoscere quando ne siete vittime voi (o chi vi circonda) e a difendervi. Vi suggerisco caldamente di leggere gli articoli sul Pensiero Attivo perché sviluppare un pensiero attivo e razionale è davvero l’unico modo definitivo per imparare a essere meno schiavi dei propri bias.

Ci becchiamo al prossimo articolo!


Fonte:

Sono affiliato ad Amazon e se acquisti dal link che ti ho fornito, guadagno una commissione sull'acquisto. Il prezzo per te rimane uguale, non paghi nemmeno un centesimo in più ^_^